Provo a volare più alto degli stracci. E lo faccio partendo da una frase di Carlo De Benedetti in una intervista, se ricordo bene, su l’Espresso di tanti anni fa. “Il partito comunista ha un prodotto pessimo ma un marketing eccezionale”. La storia dei primi venti anni di Repubblica è parte integrante di questa frase. Perché il compito in parte esplicito, in parte obbligato di quel tratto della parabola fu, in sostanza, proprio questo. Sturare il naso tappato da Indro Montanelli, abbattere il muro che divideva l’Italia, rendere accettabile e pienamente spendibile nella democrazia bloccata del nostro paese, quel terzo all’incirca di cittadini e quelle forze sociali e intellettuali che erano bloccate, incistate, negli equilibri della guerra fredda.

Di fatto era la continuazione con altri mezzi delle strategie di Aldo Moro e Enrico Berlinguer, perfino del prima amicissimo e poi nemicissimo Francesco Cossiga. E per questo fu scontro, anche all’interno del giornale, con il craxismo che quel blocco voleva mantenere per ottenere non la liberazione dal ghiaccio ma la mutazione genetica dei comunisti, dopo aver realizzato quella dei socialisti. Repubblica, intellettuale collettivo, capace di esercitare l’egemonia culturale sulla sinistra. Quando il combinato disposto di Mani pulite, della crisi economica, del crollo del comunismo reale si manifestò, Repubblica, la prima Repubblica, era di fatto il governo del paese.

I nemici trascinati nelle aule di tribunale o assediati dalle televisioni nel cortile della Sapienza. Tra la vittoria dei sindaci di sinistra e la nomina del governo Ciampi era il sistema Repubblica a trionfare. Non dimenticherò mai la trionfale vasca di Transatlantico di Eugenio Scalfari in occasione della fiducia al governo dell’ex governatore di Bankitalia. Ma, come sappiamo, quella vittoria venne ghermita e lacerata dall’emergere del Caimano. Il blocco sociale, prima nascosto nel ventre del pentapartito dimostrava, come disse con straordinaria acutezza Alberto Cavallari, di aver attraversato intatto il cinquantennio repubblicano così come la Russia zarista era riemersa identica al crollo del comunismo. La prima Repubblica (entrambe) aveva in un certo senso fallito.

Bisognava cambiare prodotto, il marketing non bastava più. E la seconda Repubblica (entrambe) spesero i successivi vent’anni nel tentativo di crearlo. Fallendo. Non credo mi faccia velo il sacrificio umano di mio padre, unica differenza strutturale tra la prima e la seconda Repubblica giornalistica, chiesto per altro esplicitamente dalla proprietà. “Pensi che farei un piacere alla proprietà e anche a Ezio Mauro, se mi levassi dalle palle?” “Credo proprio di si”, rispose Eugenio. E credo caso unico nella storia, a un condirettore uscente non fu affidata neppure una rubrichetta su qualche testata dell’ormai tentacolare gruppo editoriale.

Il cambio di prodotto, che doveva approdare al Pd, si realizzò nella erratica congerie di tentativi di battere il blocco sociale e, oggi si può dire sentenze alla mano, criminoso del centrodestra. Ma quel prodotto, come ogni prodotto politico, aveva bisogno di una mitologia. Decaduta quella berlingueriana della sinistra austera ed eticamente superiore, rimaneva quella dell’Europa. Capace di raddrizzare con i suoi vincoli il legno storto della società italiana e, chissà, di fare argine all’unfit che se ne era impossessato. Purtroppo la nuova metafisica, alla dura prova dei fatti, non si sarebbe dimostrata meno fallata dell’altra.

Mentre il prodotto, esperimento dopo esperimento bruciava Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Francesco Rutelli, Piero Fassino, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Enrico Letta e Matteo Renzi, ogni sua nuova versione spostava sempre più, da una legge Treu fino all’abolizione dell’articolo 18,  il baricentro verso un centro tanto immaginario quanto inafferrabile elettoralmente. E ogni cedimento, come nel tiro alla fune, rendeva solo più forte l’avversario. Quando la nuova crisi esplose, l’intervento europeo tra risatine e manovre sullo spread sembrò poter riuscire in quello cui il prodotto aveva fallito.

L’epifania di Monti, un colpo di genio di Napolitano, sostenevano all’unisono editore e fondatore sembrò loro un secondo governo Ciampi, invece del commissario liquidatore, su programma dei governatori francofortesi, di ogni residua istanza di centrosinistra. Dalla concertazione alla sua abolizione, tanto per dirne una di metodo. Non si rendevano conto, entrambi e con loro quell’eccellente professionista di Mauro che essi erano il bambino all’interno dell’acqua sporca che stavano gettando via. Ricordo la paternalistica, inusitata violenza verbale con cui Eugenio liquidava, quasi diseredandola del suo cognome, i dubbi di Barbara Spinelli sulla traiettoria dell’Europa reale, mentre si tesseva il quotidiano panegerico su Ventotene.

E se quella era la linea, allora e inevitabilmente, il nemico impercettibilmente, inavvertitamente non era più il Mackie Messer degli editoriali anni 90, ma il populismo grillino. Per loro Hyksos, di raccapricciante ignoranza, di aspetto tanto spaventoso quanto dovevano sembrare i proletari, fangosi e monocigliuti, ad un nobile zarista. Il prodotto dunque si schierò tutto a guardia dell’argine, ma guardando verso terra, ove resta tuttora. Ignaro, quasi tuttora, che alle sue spalle ruggisca il fiume montante di una destra cui, lasciato il campo completamente libero nel sociale, non resta che rivendicare anche il razzismo. Per cui non errore di un ingrato, svanente, nonuagenario , ma inevitabile compimento di una strategia diventa l’endorsment al Caimano piuttosto che allo “sfaccendato” di Deluchiana definizione. E quando l’editore, oggi, rimprovera il fondatore è solo un tragico Dorian Gray alle prese con il suo ritratto.