La fatica di una gravidanza, il peso fisico ed emotivo di un parto, la durezza dell’allattamento (tutt’altro che una cosa serena e dolce), l’impegno – enorme – dei primi mesi. Avere un figlio è un’impresa veramente titanica, in un certo senso persino un trauma. Chi lo affronta dovrebbe essere circondato dal doppio delle attenzioni, dal doppio delle cure, soprattutto da una rete forte e salda che aiuti nei momenti più duri, quando lo scoraggiamento, la paura, l’angoscia di non farcela subentrano, com’è assolutamente normale che sia.

Altrove, le madri trovano questa rete, fatta di welfare e servizi, forse impersonali ma altamente efficienti. Altrove possono chiedere al padre di restare accanto a loro per molto tempo, anche alcuni mesi, com’è previsto ad esempio nei paesi scandinavi. Qui, invece, le donne sono sempre più sole, perché le loro madri, quelle che fino ad oggi hanno sopperito a tutte le mancanze dello stato, sono sempre più anziane e i padri hanno solo due assurdamente miseri giorni pagati di paternità. E allora fanno relativamente stupore – ma di sicuro rabbia e dolore sì – i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, secondo cui le dimissioni volontarie delle donne dopo aver avuto un figlio, in pratica l’autolicenziamento, magari a volta persino sostenuto o comunque non ostacolato dal datore di lavoro, sono in crescita: 29.879 madri hanno lasciato il lavoro l’anno scorso, ma solo 5.261 lo hanno fatto per passaggio ad altra azienda, mentre 24.618 per la difficoltà di conciliare la cura del bambino e il lavoro stesso.

I dati raccontano anche un altro fatto. E cioè che le dimissioni sono state moltissime anche in Regioni che in teoria dovrebbero avere una rete di supporto sviluppata, come la Lombardia o l’Emilia (mentre stupiscono meno nel Lazio). Il che non vuol dire però che la scelta sia “culturale”, cioè che le donne italiane abbiano una predisposizione particolare a stare a casa con il bambino rispetto ad altre donne, ma che i servizi sono comunque ancora scarsi. Oppure, come infatti avviene proprio al nord, troppo costosi, visto che in Veneto o in Lombardia un asilo nido comunale può arrivare a costare anche 500 o 600 euro al mese. L’altro dato significativo, anche se più facilmente intuibile, è che lasciano il lavoro più le operaie che le funzionarie o impiegate. Madri che, appunto, guadagnano di meno, e che a conti fatti arrivano a spendere per un asilo e una baby sitter più di quanto guadagnino, perché nessun asilo pubblico, tra l’altro, è aperto fino alle sei o le sette e quindi oltre la retta del nido ci vogliono anche, in mancanza di aiuti familiari, soldi in più.

Ma alla questione dei costi si aggiunge il problema delle emozioni: perché quand’anche quelle donne riuscissero a coprire le spese per gli aiuti fino alle sei della sera, dovrebbero sopportare l’atroce lacerazione, perché tale è, di stare lontano dai propri bimbi per molte, troppe ore, quando invece il loro desiderio è quello di stare in contatto con i loro piccoli, un contatto che è fisico, emotivo, totale. Di qui, appunto, la rinuncia obbligata a se stesse a favore dei bambini, perché in Italia l’organizzazione del lavoro è avversa per costituzione alle mamme, mentre altrove le donne – penso all’Olanda – usano tutte il part time, verticale, orizzontale, a misura di madre. Con relativa e intensa felicità.

Peccato che, invece, lasciare il lavoro abbia dei costi altissimi: immediati, in termini di perdita di reddito, ma soprattutto futuri, quando quelle madri si troveranno a dover rientrare sul mercato del lavoro e scopriranno che è difficile se non impossibile trovare un lavoro degno di questo nome con un bambino piccolo, o due, e dopo un periodo di inattività. Nessuno glielo ha spiegato nel momento in cui hanno deciso di lasciare per il bene dei loro piccoli, nessuno è stato loro vicino, per sostenerle, per aiutarle a trovare un compromesso, una conciliazione appunto tra vita e lavoro che è sempre difficile per tutte, ma meno per chi ha di fronte a se strumenti e sussidi. 

E poi ci sono anche loro, tutte quelle donne che il lavoro lo hanno lasciato dopo la maternità ma non rientrano nei dati dell’Ispettorato, che parla di lavoratrici dipendenti. Sarebbe ora che si colmasse questo gap ignobile anche nei dati, per cui si parla sempre e comunque di lavoratori “conteggiabili” perché non si è in grado di conoscere e contare gli altri. Gli atipici. I precari. I lavoratori intermittenti. E dunque le mamme atipiche, precarie, intermittenti, che neanche possono licenziarsi perché magari hanno un lavoro ma non hanno neanche un contratto. Per loro l’occupazione dopo una gravidanza finisce così, in silenzio, con una collaborazione non rinnovata, con un’entrata che piano pano sparisce, senza disoccupazione, senza tutele e persino con più discriminazioni ad accedere ai bonus vergognosi che i governi hanno pensato in questi anni, credendo di risolvere l’enorme questione della conciliazione tra vita e lavoro con pochi spicci dati a poche e per pochissimo tempo. 

Ma una madre che lascia il lavoro dopo la nascita di un bambino è molto più di una madre che lascia il lavoro. È il simbolo del fallimento di una società intera, di una totale incapacità di intervenire nell’ambito che più di tutti richiederebbe interventi, quello dell’occupazione femminile e della tutela della maternità, una tutela che sia degna di questo nome. Una mamma che deve lasciare il lavoro dopo la nascita è un’ingiustizia. A mio avviso, una delle più grandi che ci siano. Eppure da quando ho iniziato a votare, nel 1994, non ho sentito leader politico italiano che ne parli, la riconosca, la denunci, la combatta strenuamente.

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