Leggendo i commenti entusiasti alle parole di Elena Donazzan, assessore all’istruzione della regione Veneto, (ai rom e ai sinti devono essere tolti i figli da 0 a 6 anni per “educarli”), ho pensato a una mia amica che compiva 70 anni il 27 dicembre. Si chiama Mariella Mehr, è nata il 27 dicembre 1947 a Zurigo. A 5 anni è stata tolta alla madre e data a famiglie affidatarie poi a istituti di “rieducazione”. Sua madre è stata sterilizzata dopo il secondo figlio. A 9 anni Mariella ha subito il primo elettrochoc, eravamo nel 1956, ai tempi di Elvis Presley. A 18 anni ha avuto un figlio che le è stato tolto e anche lei è stata sterilizzata. Eravamo nel 1965, ai tempi dei Beatles e dei Rolling Stones, poi è venuto il ’68 di cui si sono accorti persino gli svizzeri che però continuavano a sterilizzare donne e sottrarre loro i figli. Perché, chi erano queste donne e i loro figli? Erano cittadini svizzeri di origine jenisch, un popolo nomade e il trattamento loro riservato voleva estirpare il “gene nomade”, che li rendeva così diversi dai pacifici e sedentari cittadini svizzeri. Alle donne si impediva di trasmettere l’orribile gene rendendole sterili e i figli erano “rieducati” con le buone o piuttosto con le cattive affidati a famiglie di contadini, a orfanotrofi, a istituti psichiatrici.

Mariella Mehr, nel 1976 ha vinto la battaglia per far cessare l’orrore e far riconoscere alla Confederazione elvetica il tentato genocidio. La Confederazione svizzera ha riconosciuto agli jenisch il diritto di praticare il nomadismo e recentemente in 4 Cantoni gli jenisch hanno anche il permesso di accendere il fuoco negli accampamenti. Un atto di riconoscimento di una identità fatta di cose che nel nostro Paese sono inconcepibili: il nomadismo degli jenisch è legato ai loro mestieri e il fuoco degli accampamenti è il loro stare insieme, il loro trasmettere la propria cultura, organizzare la loro vita.

La Svizzera ha dato un esempio – pagato però a un prezzo altissimo – di come si può rispettare una cultura diversa senza che insorgano rivolte e appelli allo sterminio culturale che purtroppo caratterizzano i fomentatori delle paure che per qualche voto in più avvelenano la nostra società.

Eppure, ci sono esempi anche nel nostro Paese di soluzioni possibili perché costruite insieme alle comunità rom e sinte. La recente legge dell’Emilia-Romagna è stata anche frutto del confronto con le comunità locali e, tanto per fare l’esempio che riguarda un tema decisivo come l’abitare, prevede per le comunità sinte la possibilità di vivere in cosiddette “microaree”, spazi condivisi da famiglie allargate. A chi può dare fastidio che si riduca l’impatto di un sovraffollato e invivibile “campo nomadi”, luogo spesso di degrado sociale culturale, con soluzioni il cui impatto è irrilevante e che mantengono e rispettano uno stile di vita che è proprio di queste comunità? Ma il buonsenso non c’entra nulla se è persino possibile, come accadde anni fa a persone che conosco, che una famiglia che a Firenze pagava regolarmente l’affitto e altrettanto regolarmente mandava i figli a scuola ha dovuto abbandonare l’appartamento e finire per strada perché le donne portavano le gonne lunghe.

Ma chi decide qual è la lunghezza della gonna per avere diritto a fare la propria vita?

Sono tanti gli esempi di intolleranza quotidiana per chi manifesta la propria identità rispettando le proprie abitudini che sono comunque parte della loro cultura. Quanti sguardi colpiscono le donne musulmane che portano il velo, eppure il senso comune lo percepisce oramai come un elemento identitario, magari poco tollerato ma comunque accettato. Così, solo i nostalgici delle crociate pensano di proibire l’esercizio della fede islamica. Perché allora non accettare anche le belle gonne delle nostre donne? Chi decide che c’è un unico modello al quale adeguarsi per avere un posto in società?

Togliere i bambini ai genitori nella fase che decide della loro vita non vuol dire far rispettare le leggi, come ciascuno deve fare, ma vuole soltanto impedir lor di mantenere la propria identità con un atto feroce e doloroso come quello si strappare un figlio ai genitori.

Mariella ha saputo trasformare il dolore e la rabbia in parole e oggi è una delle più stimate poetesse e scrittrici di lingua tedesca. Suo fratello invece si è suicidato a 12 anni perché non riusciva più a sopportare il freddo dell’istituto nel quale era rinchiuso. Pensate ai nostri figli e al freddo che li accoglie troppo spesso nelle vostre aule prima di esultare alle parole delle varie Donazzan. E approfittate per fare qualche buona lettura: Mariella Mehr “Labambina”, ed. effigie.

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