“A threat even to the rich” (‘un pericolo persino per i ricchi’) è il titolo di un interessante articolo pubblicato nei giorni scorsi dal Dallas Morning News, il più importante quotidiano di Dallas (Texas), non certo sospettabile di simpatie “sinistrorse”, essendo tutto il Texas a forte maggioranza (circa il 70%) di destra, cioè repubblicano.

Dallas, e un po’ tutto il Texas, sono un’area particolarmente fortunata essendo stata persino durante la grande recessione cominciata nel 2007 e finita realmente (in America) solo verso la fine del 2015 solo marginalmente  toccata dalla crisi che ha invece toccato pesantemente altre aree, specialmente del nord come Chicago e Denver.

Ma ancor più del titolo mi ha colpito il sottotitolo dell’articolo: “Wealth alone won’t make Dallas residents immune to growing poverty” (La ricchezza da sola non rende i residenti di Dallas immuni dalla crescente povertà). Povertà crescente? A Dallas?

Che anche a Dallas ci fossero dei poveri lo sapevo, anche se non si vedono, ma che ci fosse una povertà crescente mi ha proprio colto di sorpresa. Come fa ad esserci povertà crescente in un’area che da cinquant’anni almeno ha conosciuto solo crescita economica e demografica? Io stesso, da residente in quell’area per circa un ventennio, ho diretta testimonianza che quella crescita non è terminata neppure adesso, anzi, Dallas è attualmente in pieno boom economico con una disoccupazione sotto al 4%, con una persistente crescita demografica derivante da una immigrazione interna (da altri Stati Usa) ed esterna (da altre nazioni), con un comparto immobiliare alle stelle e con il comparto petrolifero in ripresa dopo la stasi dovuta al crollo del prezzo del petrolio grezzo.

Quindi da dove arriva questo “pessimismo” che consente ad un giornale serio come il Dallas Morning News di “sparare” un titolo del genere quando tutto tutti gli economisti del mondo sono d’accordo nel sostenere che solo una robusta crescita economica consente ad una nazione di migliorare le condizioni di benessere diffuso nella sua popolazione? Dunque non è robusta abbastanza questa crescita?

Sì, a livello federale probabilmente non è ancora forte abbastanza, ma in Texas no, in Texas le condizioni ci sono già tutte per garantire a tutti una crescita anche del benessere diffuso, non solo la crescita economica.

Nell’articolo si legge che il Nord Texas, oltre ad essere l’area statunitense con maggiore prolungata crescita, è anche residenza di ben 17 miliardari, di 2 grandi compagnie (non solo petrolifere), è polo di attrazione nel sistema educativo e della ricerca ed è, negli Usa, il luogo dove il costo della vita è comparativamente più basso.

Come può dunque crescere la povertà in un simile luogo che, non narrativamente (alla Trump), ma concretamente sembra proprio l’Arcadia? Ce lo spiega il Comitato Editoriale del quotidiano che, dal sindaco di Dallas Mike Rawlings viene a sapere che “…in Dallas, we are increasingly very poor or very rich — with fewer falling comfortably in between” (…a Dallas sono in crescita i poveri e i ricchi, pochi rimangono confortevolmente nel mezzo).

E ovviamente si può ben capire che, numericamente, quelli che scivolano nella povertà sono di gran lunga superiori a quelli che riescono a scalare la vetta del benessere.

Con l’aiuto di uno studio condotto dal prof. Sean Reardon della Stanford University (California) emerge che una delle principali cause di questo fenomeno è dovuto ad un ritorno della segregazione: i ricchi si concentrano nelle poche aree alla loro portata economica, gli altri si ritrovano automaticamente emarginati nelle aree limitrofe, sempre più caratterizzate dai fenomeni tipici della povertà (furti, violenza e persino razzismo).

Le aree intermedie con un buon livello di benessere ma abbastanza distanti dai due limiti si riducono con preoccupante velocità.

L’articolo dice molte altre cose interessanti ma individua sostanzialmente in due punti chiave la causa che porta alla povertà diffusa anche la più fortunata tra le aree con buona crescita economica americana: la squilibrata redistribuzione della ricchezza prodotta dal business e la segregazione per aree reddituali, temi che io stesso ho avuto occasione di sottolineare in precedenti articoli (ai links sopra evidenziati).

La spiegazione dunque è chiara: la crescita economica, da sola, non basta a risolvere il problema di una povertà in aumento se la ricchezza prodotta favorisce solo pochi fortunati.

Non ha importanza in questo caso stabilire il merito. Quando l’“ascensore sociale” si ferma il merito non basta più nella maggior parte dei casi. Se la crescita economica c’è ma il benessere non raggiunge più intere fasce di lavoratori e di popolazione, tutti i benefici per la nazione vengono persi, perché viene a mancare il coagulo sociale e l’interesse comune che consentono alla nazione di crescere armoniosamente.

Di questo se ne deve occupare la politica, è pura illusione pensare che lo facciano di loro iniziativa i pochi che riescono ancora a scalare i gradini del ceto benestante. Ci sono ancora casi di ricchissimi che si sentono in dovere di restituire alla società il benessere che per merito o per fortuna essi hanno saputo conquistare, ma il sistema così non funziona, è lo Stato, la Nazione, che deve provvedere con equità alla redistribuzione del reddito prodotto. Se non lo fa, i numericamente pochi ricchi si muoveranno agevolmente altrove e resterà al sistema solo la proprietà di redistribuire povertà per tutti.