“Avere 20 anni al Sud: le ragioni per restare e per tornare”, è il titolo del convegno organizzato a Napoli dal Mattino con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, i ministri Carlo Calenda e Claudio De Vincenti, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Quelli che hanno vent’anni al Sud hanno provato a entrare per raccontare al presidente del Consiglio che cosa significa avere 20 a Sud: “20 anni come il pacchetto Treu che ci ha reso precari e sfruttati”. La polizia li ha respinti e manganellati, ha messo uno di loro in stato di fermo, le cose che avrebbero voluto dire a Gentiloni le hanno dette qui.

Ho seguito il convegno in streaming. Gentiloni ha fatto una certa fatica a spiegare quali sono le ragioni per restare e per tornare a Sud: “Siamo a metà del guado – ha azzardato – la crescita nelle regioni meridionali, con differenze tra le regioni, ha raggiunto livelli allineati a quelli nazionali con dati dell’export per alcuni versi estremamente incoraggianti“.

Esportiamo principalmente una cosa, però: i giovani, che non trovano ragioni per restare. Nel 2016 hanno lasciato l’Italia in 124mila: il 40 per cento hanno tra i 18 e i 24 anni e partono per lo più dalle grandi città del sud. Cosenza, Salerno, Agrigento, Napoli, Catania e Palermo sono sei tra le prime dieci città che si svuotano senza che ci sia un ricambio, ci dice il Rapporto Caritas-Migrantes, perché quelli che abbandonano l’italia sono più di quelli in arrivo dagli altri paesi e invece di spacciare per emergenza l’immigrazione bisognerebbe raccontare l’emergenza emigrazione, soprattutto al Sud.

Quanto alla crescita, è solo per pochi: per i più ricchi, non certo per i giovani che a Sud non trovano lavoro: nel terzo trimestre del 2017 il tasso di occupazione dei giovani under 34 in Italia è del 41,3, solo che al Nord è del 50,7 e a Sud 29,5, dice l’Istat. Una donna residente al Sud ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud.

Tra gli under 34 i disoccupati a Sud sono il 27,9. Non significa che è disoccupato “solo” un giovane su tre – magari! – perché l’Istat considera “disoccupati” solo quelli che cercano lavoro. Tanti altri un lavoro non lo cercano, perché disperano di trovarlo. Non lo cercano nemmeno quando finiscono di studiare. I Neet, quelli che non studiano e non lavorano, sono aumentati in modo vertiginoso negli anni della crisi: sono 3 milioni e 300 mila in totale, un giovane italiano su 4, e un milione e 800mila solo a Sud.

Quel che sconcerta è che il dato, invece di migliorare, peggiora andando avanti con gli anni: nella fascia tra i 25 e i 29 anni, a Sud, quelli che hanno terminato gli studi e che ancora non hanno trovato un lavoro sono il 46 per cento del totale. Nella fascia tra i 30 e i 34 anni, quando una volta si comprava casa e si metteva su famiglia, la quota sale al 47 per cento del totale e al 57 per cento tra le donne. All’età in cui una volta si faceva carriera oggi lavora meno di un un giovane su due.

Anche se ha studiato, perché a Sud solo una minoranza dei laureati trova lavoro: il 41,5 per cento, contro il 70,7 del Nord. Chi lavora, del resto, lavora poco e male: sempre secondo l’Istat, i dipendenti a termine hanno toccato il valore più alto da quando sono disponibili le serie storiche: 2,7 milioni di lavoratori precari. I rapporti di lavoro di breve durata sono aumentati di un milione in pochi anni: dai 3 milioni del 2012 ai quasi 4 milioni del 2016.

“Abbiamo 20 anni come il Pacchetto.Treu”, dicono i ventenni a Gentiloni: “La legge voluta dall’Ulivo di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Antonio Bassolino e dallo stesso Gentiloni” che per prima ha legalizzato il lavoro precario: il lavoro interinale che con la Legge Biagi della Lega (Maroni) e di Berlusconi è diventato in somministrazione. Grazie a quella legge che nessun governo ha mai voluto cancellare, sono le agenzie che selezionano i lavoratori e li prestano alle aziende.

I rapporti di somministrazione durano in media meno di due settimane: 12 giorni. “E siccome erano troppi anche quelli si sono inventati i voucher”, dice Francesco, che è laureato in Scienze politiche e di lavoro fa le buste paga, con contratti interinali di uno o due giorni, ora che i voucher sono stati aboliti e non può più lavorare per poche ore. È per questo che con il lavoro non ci si campa più: i giovani in Italia guadagnano il 36 per cento in meno dei loro genitori. È per questo che non avranno pensione: a 75 anni, forse, dice il presidente dell’Inps Tito Boeri. È per questo che, secondo uno studio Eurofound, i nuovi posti di lavoro dei quali si vanta Renzi non sono un vanto perché creano lavoratori poveri: con stipendi da fame che si concentrano nel 20 per cento di occupazioni retribuite con le paghe più basse.

“La sfida del lavoro per i giovani del Sud esiste da lungo tempo – si giustifica Gentiloni – ma il contesto europeo e globale dell’economia, oggi ci dà l’occasione per dare risposte”. Le risposte date dai governi di larghe intese – Monti, Letta, Renzi e Gentiloni – sono queste qui, questi i risultati degli 80 miliardi regalati e promessi alle imprese da qui al 2019 per fare investimenti e creare lavoro.

“Al male che ci avete fatto voi è meglio se ci pensiamo noi”, dicono, ribaltando l’accusa: “Vogliamo candidarci alle elezioni con una lista popolare dalla parte degli sfruttati. Ci manganellano e ci arrestano come se fossimo noi i disobbedienti ma i disobbedienti  – stando alla legge – sono loro! Gentiloni, Bersani, Bassolino, Monti, D’Alema, Berlusconi, Maroni e Renzi. Sono loro che hanno disobbedito alla Costituzione che noi vogliamo far rispettare”. La Costituzione dice in effetti che il lavoratore ha diritto a una retribuzione che gli assicuri un’esistenza libera e dignitosa, ma da quando sono entrati in vigore il Pacchetto Treu, la Legge Biagi, La legge Fornero, il Jobs act questo diritto è stato cancellato e con lui la possibilità di restare e tornare a Sud.

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