Daniele De Rossi lo ha rifatto. Un’altra volta. Schiaffone in faccia a un avversario a palla lontana, rigore ed espulsione, la quindicesima in carriera. Poi le solite lacrime di coccodrillo: “Chiedo scusa a compagni, mister e tifosi”. Inutili, perché intanto la Roma ci ha rimesso una partita praticamente già vinta e due punti preziosi nella corsa al vertice. Soprattutto poco credibili, se pronunciate da chi ad intervalli regolari ci ricasca sempre, rovinando sistematicamente tutte le partite più importanti e dimostrando di non meritare quella fascia al braccio che aveva aspettato per tutta la vita.

Non si è mai capito quale sia il problema di De Rossi, uno che avrebbe avuto tutti i numeri per diventare il più forte centrocampista del mondo, e invece è rimasto solo il senatore ingombrante di una squadra che non ha vinto mai nulla. Forse l’ossessione, fomentata dalla passione di tifoso, di dover fare sempre qualcosa in più per la sua Roma. O semplicemente qualcosa che non funziona nella sua testa di gladiatore un po’ coatto di Ostia, e che ogni tanto gli fa scattare un raptus incontrollabile. Sta di fatto che l’episodio in Genoa-Roma si aggiunge ad una lunga lista di follie, che ha segnato la sua carriera. E rovinato le squadre in cui ha giocato. Nazionale compresa.

Tutti si ricordano la gomitata a McBride ai Mondiali 2006, che gli costò 4 giornate di squalifica e gli fu perdonata in nome della sua giovane età. Aveva 23 anni, sarebbe stato ingiusto crocifiggere un ragazzino per una stupidaggine. Nel corso degli anni, però, ne sono seguite molte altre: il pugno in faccia a Mauri nel derby del 2012 e quello a Icardi contro l’Inter nel 2014, il fallaccio su Chiellini nel big match con la Juventus o la gomitata a Srna dello Shakhtar. Tutti gesti incomprensibili, quasi sempre in partite decisive, in cui la posta in palio è molto alta. E De Rossi non riesce a gestire la pressione, provocando danni irreparabili. Ieri, solo due punti in classifica. Un anno fa, l’eliminazione dalla Champions League, per l’incredibile espulsione nel preliminare contro il Porto.

Giocatore tanto talentuoso quanto scomodo, De Rossi è stato forse troppo a lungo considerato come un leader che non era. Claudio Ranieri, ad esempio, uno che l’ambiente romano lo conosce a menadito, lo lasciò in panchina in un famoso derby che con lui in campo i giallorossi non avrebbero mai vinto. In nazionale ha vissuto gli ultimi anni da capo (immotivato) dello spogliatoio: dopo la disfatta con la Svezia è finito su tutti i giornali per il suo sfogo in panchina contro i cambi di Ventura e i complimenti agli avversari sul pullman degli svedesi. È passato da “campione” e “uomo vero”, ma in realtà con i suoi colpi di testa (e la pessima prestazione di Stoccolma, condita dall’autogol decisivo), ha avuto un ruolo non marginale nella mancata qualificazione ai Mondiali. Adesso anche a Roma si sono stancati delle sue “scapocciate” (come si dice nella Capitale), qualcuno vorrebbe persino togliergli la fascia.

Da quella prima follia ai Mondiali 2006 è passato più di un decennio. L’eterno “Capitan futuro”, alle porte dei 35 anni, è riuscito persino a raccogliere la fascia al braccio da Totti. “Non è più un ragazzino”, ha giustamente sottolineato Eusebio Di Francesco. Ormai a fine carriera, non cambierà mai. Si potrebbe dire che lontano dalla sua città, che ha amato visceralmente al punto da sragionare spesso e volentieri, magari la sua storia sarebbe stata diversa: avrebbe potuto giocare nelle migliori squadre al mondo, in un ambiente asettico al fianco di grandi campioni avrebbe potuto migliorare, smussare gli angoli peggiori del suo carattere con le vittorie. Cambiare. È andata così. Forse la sua tanto cara Roma lo ha rovinato. Di sicuro lui ha rovinato la Roma.

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