In questa legislatura la maggioranza parlamentare non ha disciplinato il vecchio conflitto d’interessi, forse ritenendolo non prioritario. Nella prossima legislatura saranno diversi i temi legati alla televisione e alla comunicazione in generale che continueranno ad essere gestiti dal governo e dalle Autorità di Garanzia senza una chiara distinzione fra gli interessi pubblici e quelli privati.

Vediamo alcuni importanti prossimi appuntamenti, sui quali è sempre il governo a giocare un ruolo determinante.

Nel 2018 scadrà il mandato del Consiglio di amministrazione e del direttore generale della Rai, nominati sulla base della legge sulla governance (L. 220/2015), fortemente voluta dalla maggioranza attuale. La legge, come noto, ha spostato il potere decisionale sulle nomine dal Parlamento al governo, ancor più di quanto era stato fatto dalla legge precedente, la Gasparri. È previsto inoltre che la figura del direttore generale venga sostituita dall’amministratore delegato, il quale assorbirà diverse competenze dello stesso Consiglio di amministrazione. La maggioranza che uscirà vincitrice alle prossime elezioni politiche governerà di fatto la Rai, mentre all’opposizione resteranno ancor meno prerogative di quante avute negli anni passati.

Con questa soluzione è comunque la Rai a soccombere: il servizio pubblico si legittima se “dipende” dal Parlamento e non dal governo.

Anche il canone di abbonamento è stato riformato (L. 208/2016). L’accertamento del possesso della Tv è stato ancorato al contratto dell’energia elettrica. Il nuovo metodo ha permesso di quasi annullare l’elevata evasione (circa il 30%). Ciò ha consentito di ridurre l’entità del canone unitario; insomma la scelta è stata efficace. Si segnala però che è il governo a stabilire, ogni anno nella Legge di Bilancio, la quota da destinare alla Rai e quanto ad altre attività. Il canone cambia così natura, da tassa o imposta di scopo appare come un contributo pubblico. Secondo questa logica il governo potrebbe in futuro destinare una quota di canone anche alle emittenti commerciali con la giustificazione che svolgono attività di servizio pubblico.

Dal 2020 si dovranno cambiare, entro due anni, i televisori per adattarli al nuovo standard (DVB-T2). Il governo ha già stanziato 100milioni per i decoder, ma la cifra aumenterà di sicuro. Si ripeterà quanto successo con l’introduzione del primo digitale, quando i contributi pubblici coprirono l’acquisto dei decoder, scelta che fu considerata da molti come un “aiuto di Stato”. Il cambio dello standard trae origine dal fatto che l’Europa sollecita di liberare dalle trasmissioni televisive la banda 700MHz, per assegnarla alle comunicazioni mobili, in modo da arrivare allo standard di quinta generazione, il 5G, che permetterà un netto miglioramento del servizio.

La vicenda implicherà scelte delicate. Innanzitutto lo Stato dovrà rimborsare i gestori delle torri televisive per l’abbandono delle vecchie frequenze, fra cui Rai Way a EiTowers (Mediaset). Nel contempo si prevede che dall’asta per le nuove frequenze 5G, lo Stato possa incamerare circa 3miliardi.

Questo argomento si allaccia a un’altra delicata questione, la cablatura del Paese: se ci fosse il cavo a fibra ottica in tutte le abitazioni, non ci sarebbe il sovraffollamento dell’etere e i connessi problemi relativi al cambio dello standard. Sembra quasi che ci sia una “regia” tesa a ritardare la cablatura del Paese e continuare a privilegiare per la Tv il sistema di trasmissione sull’etere. Il delicato tema dell’infrastruttura della rete richiede di coinvolgere tutti i protagonisti privati, limitando al minimo l’intervento diretto dello Stato, che può bloccare nei fatti lo sviluppo.

Per concludere, sono tanti e delicati gli argomenti che riguarderanno la comunicazione sui quali interverranno nella prossima legislatura il governo e le vari autorità: le scelte saranno funzionali al benessere del Paese? Segnalo infine che a marzo 2018 ci sarà in Svizzera il referendum per abolire il canone di abbonamento e di fatto il servizio pubblico. Il risultato sarà sicuramente oggetto di polemiche anche in Italia.