C’è una città in Italia in cui si respira ghisa, una città in cui si lavora il carbone e gli abitanti non ce la fanno più a inalare veleni. Questa città, in pochi lo sanno, è Trieste. Già, perché se tale problematica è ben nota ai triestini, nel resto d’Italia è pressoché sconosciuta. “L’altra Ilva”, anche così viene chiamata la Ferriera di Trieste, quest’impianto siderurgico a ridosso delle case e nel bel mezzo della città che – e anche questo in pochi lo sanno – inquina più delle acciaierie di Taranto. Il servizio della brava Nadia Toffa de Le Iene lo spiega bene. Quest’impianto da anni sfora i tetti previsti dalla legge per le emissioni inquinanti.

Così, in molte zone della città, diventa un problema aprire le finestre, quel fumo che ti entra dentro ed è meglio chiuderle subito prima che quel nero si depositi dappertutto; ma poi gli abitanti ti dicono che a volte è ancora peggio quando non c’è nessun odore, perché può essere diossina. Vivere qui, ve lo assicuro e ne so qualcosa, diventa davvero difficile: e non solo per le polveri, i fumi e i rumori continui, ma anche per la paura che inizia ad insinuarsi dentro di te. La paura di ammalarsi diventa una costante che si rafforza giorno dopo giorno quando vieni a conoscenza che un’altra persona del tuo rione si è ammalata di tumore.

A una donna è stata addirittura diagnosticata l’antracosi, malattia che sviluppano i minatori dopo quindici anni di lavoro: nei suoi polmoni c’era carbone, racconta il marito intervistato a Le iene. I veleni della Ferriera diventano molto pericolosi per le fasce più indifese, come i bambini: nel raggio di un chilometro ci sono decine di obiettivi sensibili, tra cui un asilo nido e l’ospedale infantile Burlo Garofalo.

Ma non sono solo gli abitanti a lamentarsi. Le denunce arrivano anche da alcuni operai che dentro quel mostro ci lavorano, e che, fornendo le prove testimoniano come nella Ferriera ogni giorno vi siano sversamenti inquinanti: ilfattoquotidiano.it ha raccolto queste testimonianze riprendendo il rapporto dei consulenti tecnici della Procura di Trieste sulle pessime condizioni dello stabilimento.

Ora io mi chiedo come sia possibile che, alla fine del 2017, le persone debbano vivere con la paura di ammalarsi; mi chiedo come sia possibile che, nonostante le innumerevoli denunce, ci troviamo ancora qui a dover discutere e lottare affinché l’area a caldo di questo grande mostro venga chiusa. L’unica cosa su cui non mi interrogo è il motivo per cui chi, nel corso degli anni ha governato questa città e questa regione, non abbia ancora risolto il problema. D’altronde sia sa, la salute torna utile solo in campagna elettorale. E’ ora di finirla poi, come fanno alcuni politici, di contrapporre il diritto alla salute al diritto al lavoro: uno non esclude l’altro, basta menzogne.

L’area a caldo della Ferriera di Servola chiuda subito, sia riconvertita e siano salvati i posti di lavoro, il sindaco agisca come ha promesso in campagna elettorale a tutela della Salute pubblica: queste le richieste della petizione su change.org che porta la firma dei cittadini del Comitato 5 dicembre.

Trieste, meravigliosa città adagiata tra le colline del Carso e il mare, con la sua bellezza ti rapisce e ti fa innamorare di lei: torniamo dunque a parlare di questa città solo per le bellezze che offre, sia restituito finalmente ai suoi abitanti l’orgoglio e lo splendore di abitarci. Si chiuda l’area a caldo, per sempre.