Inutile nasconderselo: riascoltare ancora la cassetta da Arcore, questa volta postata su Facebook, in cui il  “grande federatore”, vittorioso non più sugli obsoleti comunisti ma sulla “rabbia inconcludente” del M5S portatore di “ribellismo, pauperismo e giustizialismo” si compiace perché “la Sicilia ha scelto la rivoluzione liberale del fare” ha un effetto deprimente, se non altro per la sensazione di essere ricaduti nel brutto sogno ricorrente da quasi 25 anni.

Probabilmente era consigliabile che Beppe Grillo e i massimi esponenti del M5S non facessero delle Regionali siciliane la madre di tutte le battaglie ponendo l’esito del voto su un piano ancora più decisivo del risultato del referendum costituzionale e avessero tenuto conto della pervasività delle liste aspiratutto e dei pacchetti di voti appannaggio degli impresentabili dell'”irreprensibile” Nello Musumeci, come ha già ampiamente dimostrato, in attesa di ulteriori riscontri l’exploit a Messina di Genovese junior.

Che per la vittoria di Musumeci sarebbe stata determinante il contributo dei cuffariani e dei numerosi candidati gravemente e sostanzialmente impresentabili, al di là di certificazioni formali, lo sapevano meglio di chiunque altro il supremo federatore Silvio Berlusconi, che ha cercato di evitare quanto ha potuto un candidato con il bollino antimafia come Musumeci, ed il sempreverde factotum Gianfranco Miccichè, attivissimo nell’imbarcare nelle liste di FI gli uomini più compromessi – perfino un arrestato come il sindaco di Priolo – e nell’urlare contro “la giustizia ad orologeria”.

Il risultato di Cancelleri al 34,9% rimane un traguardo che non era ipotizzabile solo un anno fa. Il M5S primo partito in Sicilia, poi, a una distanza macroscopica da PD e FI in un territorio votato storicamente al prevalere di trasformismo, clientelismo o atavica rassegnazione è qualcosa che non era comunque scontato. Ma naturalmente ribaltando la prospettiva e capovolgendo i risultati, nei salotti televisivi tradizionali o “alternativi”, come quello di Diego Bianchi, è una gara tra gli ospiti ad additare il M5S come il vero ed unico sconfitto e ad attribuire “la fuga” di Di Maio dalla tenzone mediatica con Renzi alla volontà di glissare sul risultato, quasi che a uscire vittorioso dalle urne sia stato il PdR.

Nell’unanime e trasversale celebrazione politico-mediatica della vittoria del centrodestra ad opera della visione “lungimirante” del redivivo Silvio (lodato pure per la presunta rinascita estetica), nonostante sia stato refrattario ad oltranza al candidato della Meloni, già uomo di Almirante e di Storace ora salutato come moderato, quasi nessuno si sofferma sul dato più rilevante di tutti e che ha anche in buona parte determinato il risultato del voto: l’astensione.

L’affluenza definitiva si è fermata al 46,7% con un ulteriore, anche se minimo, calo rispetto al 2012 e ha fatto molto bene Luigi Di Maio a concentrare buona parte del suo intervento sul dopo voto sulla volontà di rivolgersi nei prossimi 4 mesi a “chi è indifferente e decide di non andare a votare”, peraltro uno degli obiettivi del Movimento fin dall’inizio. E se come ha detto “è grazie ai siciliani” che ha capito che “il M5S deve andare a parlare con chi crede che le cose non possano cambiare”, e sono tanti in tutto il paese, il risultato siciliano che comunque non è una sconfitta può diventare un’opportunità. Rimettere al centro l’impegno di coinvolgere i demotivati e gli abbattuti per le troppe batoste e prese in giro è quanto mai una priorità, tanto più in vista di un voto dove i dati dell’astensione possono essere persino più determinanti, dato che si gioca con una legge elettorale dove non esiste il voto disgiunto e concepita per sfavorire chi non si aggrega in coalizioni più o meno posticce.