Franco fa il macellaio da trent’anni a Roma. Ha un viso scavato, forse porta il parrucchino e ha le mani grosse di chi le usa tutti i giorni per lavoro. Oggi gestisce uno dei banchi più ricercati al mercato di Testaccio. La sua specialità, da sempre, è la carne di cavallo: “Ideale pe’ chi c’ha bisogno de fero”.

E’ lui a dirmi che “la politica oggi non è più ‘na cosa seria. Una volta, sì, lo era. Potevi avere un’idea o un’altra, te poteva sta’ simpatico un politico o un altro, ma potevi sta’ sicuro che quelli erano tutti preparati e seri, anche pe’ rubba’. Oggi invece so’ tutti uguali, non sanno fa’ gnente e dicono solo fregnacce. Litigano tra de loro tutti i giorni ma in realtà so’ tutti d’accordo pe’ fregacce”.

A parte che Franco non ha usato esattamente la parola ‘fregacce’, un’analisi così chiara dei tempi che stiamo vivendo in Italia, non l’ho sentita da nessuna dei ‘signorini grandi firme’ che pullulano in tv (naturalmente, eccetto Peter Gomez Marco Travaglio).

Quand’è che la politica italiana è caduta così tanto in basso? Alla prima elezione post bellica, nel ’48, a votare in Italia ci andava il 92,2% degli elettori, nel 2013 si è scesi al 75,2, per precipitare alle ultime amministrative al 58% del primo turno e, addirittura, al 46,02 dei ballottaggi. La fatidica soglia di un elettore su due che rimane a casa è stata superata.

Se si vuole identificare un periodo in cui gli italiani hanno subito un primo crollo di fiducia nei confronti dei loro rappresentanti politici, si arriva a subito dopo Tangentopoli: nel 1992 a votare era l’87,3% degli italiani, nel 1996 il 5% aveva già rinunciato: 82,2%. Toh, coincide proprio con la discesa in campo di un noto pregiudicato che per vent’anni ha guidato le sorti dell’Italia, facendosi ampiamente gli affari suoi, e anche quelle della destra, riducendola a un teatro di burattini.

Questo stesso pregiudicato ha fatto di tutto per perseguire scientificamente l’imbarbarimento del linguaggio (politico e non), l’impoverimento dell’istruzione pubblica, la dozzinalizzazione dei gusti, lo svilimento della cultura e dell’arte (tanto che oggi ci sembra addirittura normale interrompere un film con la pubblicità), la creazione di suoi cloni che chiamare ‘politici’ sarebbe un insulto per Pajetta, Pertini, De Gasperi e perfino Fanfani.

Un solo personaggio nefasto tanto ha potuto grazie a fondi illimitati di provenienza ancora ignota (L’odore dei soldi, Travaglio-Veltri, Ed. Riuniti, 2001), a collusioni del suo braccio destro con la mafia (Dell’Utri sta scontando 7 anni per questo) e ad una pletora di figurine più o meno opache che lo hanno servito e riverito negli ultimi venti e passa anni, assecondandolo in tutte le possibili schifezze politiche, culturali, estetiche e di decoro istituzionale.

I suoi cloni, poi. Quello istallato a capo del Pd è ormai una macchietta più dell’originale.

Agli italiani sono bastati meno di tre anni a capirlo e a palesarlo come assolutamente inaffidabile e compulsivamente bugiardo. Ciò non gli ha impedito, in forza di una legge elettorale incostituzionale che gli ha consentito di dominare il Parlamento, di imporre riforme antidemocratiche che nemmeno l’originale aveva avuto il fegato di adottare (il Jobs Act, su tutte) e, ovviamente, di allearsi con il pregiudicato per tentare il colpaccio anti Costituzione sonoramente frantumato dal popolo italiano il 4 dicembre 2016.

In mezzo ai due, un Presidente della Repubblica che faceva il puparo, mandando a casa un fantoccio o l’altro a seconda delle necessità di una casta che si guarda bene dal tentare di fare il bene comune, ma sempre e comunque quello del grande capitale, banche o imprenditori che siano (ve lo ricordate ‘ce lo chiede l’Europa’?).

Franco, il macellaio, ha quasi l’età della pensione, anzi ci sarebbe forse già se una ministra piagnona piemontese non gliela avesse scippata qualche anno fa come un qualsiasi guappo dei quartieri spagnoli. Proprio per questo Franco ricorda cosa voleva dire fare politica una volta. Raccomandati, figli di papà, amanti, c’era già tutto, ma c’era anche un sentimento comune della dignità diverso. Un rispetto, comunque, per il popolo che nessuno si sarebbe azzardato a definire ‘populismo’.

Se oggi Franco non vuole più votare, lo posso capire.

L’alternativa possibile all’astensione è soltanto una forza politica fondata a sua volta da un pregiudicato. Questo, tuttavia, non ha mai avuto ruoli istituzionali, non ha mai avuto le mani in pasta con nessuno e, soprattutto, in questi ultimi cinque anni ha fatto sì che il popolo (sì, il popolo, non chi ha gli amici giusti) arrivasse alle leve del potere, colando goccia a goccia dentro il meccanismo a tenuta stagna della nuova politica inventata dall’altro pregiudicato, vent’anni fa.

Capisco il macellaio Franco se non vuole più andare a votare, deluso da tutti. Non riesco a capire quelli che, andando ancora a votare, riescono ancora a dare il proprio voto a chi li ha ridotti in questo Stato. La ‘S’ non è casuale.