Fanno benissimo 5 Stelle e Pd, all’opposizione e al governo, a criticare per via parlamentare la Banca d’Italia, che ha mal vigilato sulle banche in crisi e che è stata, ed è tuttora, del tutto subordinata e passiva nei confronti della Banca Centrale Europea. Troppe banche sono fallite senza che Bankitalia si accorgesse della gravità della crisi e senza una vigilanza efficace. Il problema è che l’ideologia corrente dà alle banche centrali un’aurea sacrale che però non meritano.

Secondo l’ideologia liberista, la moneta è uno strumento neutro dell’economia e le banche centrali devono avere il compito super partes di gestire l’emissione di moneta e le politiche monetarie e del credito senza alcun condizionamento da parte politica: ma la verità è opposta. Non c’è nulla di più politico della moneta e delle politiche bancarie: esse incidono sullo sviluppo economico e sulla distribuzione dei redditi esattamente come la politica fiscale. Quindi il Parlamento, che decide sulle tasse, ha il diritto di intervenire anche sulla moneta.

Secondo una visione anti-keynesiana, i mercati finanziari sono efficienti e l’intervento politico dello Stato in campo monetario può generare solo guai (e inflazione). Così le banche centrali acquistano un potere assoluto e le politiche monetarie diventano opache e sono sottratte allo scrutinio democratico del Parlamento, al dibattito dei cittadini e degli elettori.

Fino al 2005 il presidente della Banca d’Italia manteneva addirittura la carica a vita, come un monarca assoluto. Con la crisi però tutto è cambiato. Da quando le banche centrali sono intervenute nell’economia per salvare le banche commerciali private comprando decine di miliardi di titoli tossici o garantendo i crediti deteriorati; da quando le banche centrali hanno avviato iniziative di espansione monetaria per comprare i debiti di stato – come è stato fatto ovunque, in Usa, in Giappone e da ultimo anche nell’Eurozona; da quando le banche centrali sono intervenute per comprare titoli pubblici e privati, gonfiandone i valori e favorendo così oggettivamente gli investitori finanziari che detengono questi valori, allora la loro indipendenza e le loro politiche sono state messe in discussione, a destra come a sinistra. La neutralità delle banche centrali è in discussione negli Usa come in Giappone.

Tuttavia oggi in Italia ci si stupisce ancora del fatto (altrove normalissimo) che delle forze politiche di governo e di opposizione, come il Pd e i 5 Stelle, sollevino critiche all’operato della Banca d’Italia e chiedano una svolta. Eppure il Parlamento ha il diritto e il dovere di censurare i comportamenti della Banca d’Italia e di chiedere un cambiamento netto. Non si deve dimenticare che la Banca Centrale Europea e Bankitalia non sono dalla parte dei cittadini ma della grande finanza. Basta ricordare agli smemorati la discussa lettera inviata dalla Bce al governo italiano nel 2011, firmata dall’ex presidente Trichet e da Mario Draghi, che imponeva di modificare la Costituzione per raggiungere il pareggio di bilancio, di liberalizzare il mercato del lavoro e di privatizzare tutto ciò che era possibile privatizzare. In pratica la Bce ha dettato ai governi le nefaste politiche liberiste che stanno devastando il nostro paese.

E’ quindi del tutto legittimo criticare Ignazio Visco. Visco ha anche e soprattutto il difetto di essere un esecutore passivo di quanto viene deciso dall’Unione Europea e dalla Bce. Esattamente lo stesso brutto “difetto” del ministro delle Finanze Padoan. Sono supini di fronte alle istituzioni europee che impongono un’austerità dannosa e suicida.

Visco non ha visto e anticipato la crisi delle banche delle banche italiane: una colpa enorme per un banchiere centrale. E non ha avuto il coraggio di opporsi alle micidiali e retroattive norme sul bail-in che hanno colpito i risparmi di decine di migliaia di italiani. Secondo queste norme anche i risparmiatori devono pagare per le crisi bancarie di cui non hanno però alcuna responsabilità e sono invece vittime. Perché allora non dovrebbe essere possibile chiedere una svolta in Bankitalia?

Il mito dell’indipendenza della Banca centrale nasce negli anni 80, quando la finanza diventa deregolamentata e globale. Prima le banche centrali dipendevano dai governi e assorbivano il debito degli Stati. Il debito era certamente eccessivo; ma poi siamo passati dalla padella alla brace. Ora gli Stati per finanziarsi devono andare a bussare alla porta delle grandi banche d’affari, come JP Morgan o Deutsche Bank. E’ la grande finanza internazionale che detta le politiche economiche dei governi e che sfrutta le risorse pubbliche. I contribuenti pagano le tasse per servire gli interessi sul debito pubblico. Tuttavia la moneta è un bene comune troppo importante per essere lasciato esclusivamente nelle mani dei banchieri. Il Parlamento dovrebbe avere la possibilità di decidere le linee guida dell’emissione monetaria e di monitorare le politiche creditizie. La Banca Centrale dovrebbe godere di autonomia operativa ma non di indipendenza assoluta. E le banche pubbliche dovrebbero avere un ruolo indispensabile per indirizzare i finanziamenti all’economia produttiva e non alle scommesse speculative. Lo Stato dovrebbe ritornare ad avere potestà monetaria.