Ci siamo incontrati in treno per Roma seduti su sedili contrapposti e abbiamo aggiornato – vedendo sfilare il paesaggio circostante a 300 all’ora – alcune valutazioni, a partire dalla politica, come capita a chiunque si rivede dopo tempo e alla domanda “come va?” allarga le braccia e scuote la testa. Il più anziano – io – con aria più distaccata, il più giovane – un noto militante sociale – direttamente immerso nelle contraddizioni oscure di questa fase. Quando abbiamo scoperto, sfogliando le nostre agende, che domenica 22 ottobre, oltre ad una serie di manifestazioni antifasciste in provincia di Varese a ricordare una Resistenza cruenta, si calendarizzava anche quel buffo e indegno referendum per “l’autonomia della Lombardia”, meritevole del più riuscito Maroni di Crozza, abbiamo cercato di collimare le nostre esperienze sull’argomento a distanza di una decina di anni, l’uno dieci anni fa in Consiglio Regionale lombardo, l’altro tutt’ora in Senato.

Regnante Formigoni, la “Lombardia dell’eccellenza” (e dei cadaveri del Santa Rita) aveva cominciato a proporre più di dieci anni fa attraverso la formulazione del proprio statuto e la modifica degli articoli 115, 116, 117 della Costituzione, di trattenere in sostanza per il suo governo le tasse e gran parte delle accise dei suoi abitanti, di continuare a farsi rimborsare dallo Stato le pensioni dei residenti insostenibili in base ai soli versamenti locali, di avere mano libera su indirizzi e contenuti scolastici e più ampi poteri in materia di privatizzazioni di beni comuni e welfare. Una piccola Baviera all’italiana, dove dare e avere portava solo vantaggi e dovuti” privilegi ad un “popolo” descritto come vessato dal peso dell’Italia sotto il Po. L’ipotesi fu sconfitta, ma volle essere introdotta per “fare scuola” per “educare” i lombardi a rinnegare la solidarietà che li aveva resi coesi e democraticamente aperti, con istituzioni, buoni ospedali, scuole e università prestigiose nel boom del dopoguerra.

Poi la pausa di Milano sottratto alla Letizia Moratti, l’eccessivo entusiasmo per Expo, la città verticale, hanno lasciato campo all’orgoglio ancor più che alle lamentele e la tregua e un banale buon senso sono sembrati prevalere, finché Roberto Maroni, accortosi di non aver alcun merito nel guidare la regione più ricca d’Italia, si è immaginato re dei Longobardi, “con 22 castelli che lui ne ha” come canta spassosamente Enzo Jannacci in “Ho visto un re”. Ma, sorpresa, perfino Formigoni si è accorto dello sfasamento strumentale e si è pronunciato per l’insensatezza dell’appuntamento del 22 ottobre.

Se si volesse seriamente discutere di poteri, di autonomie locali, bisognerebbe piuttosto farlo partendo da quegli enti chiamati comuni. Per ragioni storiche e fatti. Con un esame piuttosto impietoso anche dell’ultima geniale abolizione delle province, con trasferimento presunto di parte delle competenze alle regioni e la creazione di evanescenti città metropolitane.

Non guasterebbe anche, per una valutazione della bontà dell’idea, un esame del come le creature regionali hanno gestito nientemeno che la materia sanitaria e le relative risorse. Là dove il diritto alla salute collassa e dove lo si autoproclama eccellente.

A che serve che un governo regionale insignificante cerchi di riesumare i fasti (?!) del Lombardo Veneto, facendoci dimenticare che il problema principale della nostra regione in crisi strutturale è di produrre e redistribuire ricchezza duratura e di rientrare nel circolo dell’innovazione, non di stringersi al petto quella residua, sempre più spesso inquinata da corruzione e intrusioni mafiose?

E così, a fine viaggio, ci siamo detti: ottimo se il referendum fosse un buco nell’acqua, con pochi partecipanti e residualmente sparpagliati. Ma noi, che abbiamo combattuto e vogliamo combattere quel modello egoisticamente autoreferenziale, che tende a farsi in tutte le sue declinazioni nazionale e che non vogliamo più contemplare nel nostro futuro, perché mai non dovremmo segnare con un forte NO una scheda che potrebbe finalmente cancellare le velleità di chi conta sulla non partecipazione e sull’imbroglio di un suffragio perché se ne possa utilizzare poi il risultato comunque come uno sdoganamento della parola autonomia interpretata dai leghisti anziché dai padri costituzionali?

Reputando prevalenti le pessime intenzioni politiche generali di chi propone il referendum, ci siamo lasciati indignati, anche senza strapparci le vesti soltanto per i soldi buttati – il referendum sta arrivando a costare circa 50 milioni di euro, con cifre ancora oggi in crescita – convinti il 22 ottobre, qui in Lombardia, rispettando chi si astiene, di votare NO.