L’immane tragedia che ha colpito il Procuratore della Repubblica di Torino, Armando Spataro, ossia la perdita del figlio, è divenuta una testimonianza non solo d’amore verso il figlio ma d’amore verso la Giustizia. Con la G maiuscola, come dovrebbe sempre essere, per rispetto verso chi la domanda, verso le vittime, verso i veri deboli.

Conobbi molti anni fa il dottor Spataro in occasione di un evento scientifico e lo ebbi accanto alla cena in occasione della quale ha relazionato. Ebbi un’ottima sensazione. La sensazione di un uomo retto ma non e-retto(si) a spietato fustigatore, colloquiale, capace di ascoltare, capace. Ciò che un magistrato dovrebbe sempre essere.

Ieri il Procuratore ha reso omaggio a suo figlio, “Andrea, giovane avvocato penalista di 36 anni”, riportando le belle parole spese dall’avvocato Salvatore Scuto, presso il cui studio il figlio lavorava: “Andrea aveva sviluppato una bella idea della funzione difensiva, moderna, senza retorica ma ferma nella convinzione dell’imprescindibile suo ruolo nella dinamica processuale. (…) orgoglioso come era di essere avvocato”, nonché quelle altrettanto encomiabili del giudice Bruno Giordano. Si legge nella lettera che “Andrea amava lottare, appunto, con libertà di pensiero, dignità e coerenza: non a caso gli piaceva molto la bronzea statua equestre di Ferdinando di Savoia – Duca di Genova, che domina il centro della Piazza Solferino di Torino: il cavallo ferito nella battaglia di Novara del marzo 1849, combattuta contro gli invasori durante la prima guerra di indipendenza, sta cadendo e morendo, ma chi lo cavalca continua a combattere con la spada in pugno. (…) La lotta… la lotta dunque come regola di vita, non in senso retorico, ma quella quotidiana e silente per i principi in cui si crede, per il bene, per la solidarietà, per la vita… Ed eroe non è sempre e solo chi per tutto questo combatte e vince, ma anche chi combatte e perde”.

Attraverso queste parole, che possono apparire scontate, si esprime invece un sommo amore ed onore verso il proprio figlio, nell’immane disperazione di chi sa di essere condannato a sopravvivergli.

Si esprime però anche l’autentico senso della Giustizia che dovrebbe ispirare tutti gli operatori della giustizia (magistrati ed avvocati in primis, ma anche le stesse figure di contorno, dai cancellieri sino agli ausiliari, dagli ufficiali giudiziari sino alle Forze dell’Ordine, oppure a volte pur determinanti anche per il buon esito di una causa, quali i consulenti tecnici). Per non parlare poi del legislatore, posto in cima, il quale dovrebbe vibrare ed essere posseduto solo dal senso vibrante di giustizia (sociale, economico) indicato dalla Costituzione e dalle altre fonti fondamentali (Cedu e non solo).

Purtroppo questo nobile scopo, che dovrebbe avere la Giustizia, raramente viene raggiunto.

Il legislatore è sempre più incolto, cialtrone, lobbista occulto, disonesto e infingardo (norme ad personam disseminate ovunque, norme volutamente depotenziate etc.), diseguale e di parte (anche elevando gli interessi delle casse dello Stato ben oltre la stessa tutela dei diritti, in un grottesco spirito di autoconservazione delle proprie malefatte: l’enorme debito pubblico).

La magistratura è troppo autoreferenziale e anche spocchiosa verso l’esercizio intonso della difesa, incapace di ascoltare veramente, di confrontarsi, di spingersi sino all’autocritica.

L’avvocatura è troppo indebolita tra lo spirito di conservazione, con la testa rivolta verso gloriosi passati (oramai dispersi al più negli anni 80), e l’incapacità di affrontare tempestivamente, con coraggio, le sfide del futuro, senza dividersi in finte e inutili battaglie d’avanguardia. Otre che essere svilita da norme mercatali liberalizzanti, vergognosamente reclamizzate con “ce lo dice l’Europa”.

Una magistratura superba ed una avvocatura debole, smarrita e divisa, divengono note stonate nello spartito dei diritti.

Ma ciò che ancora continua a difettare è l’incapacità di dialogo tra magistratura e avvocatura, e di poi con il legislatore, quasi che la Giustizia sia materia di esclusiva competenza di qualcuno. Invece la giustizia si completa nel dialogo, nella costante sinergia, nel confronto anche duro, nella critica, nel rispetto della diversità dei ruoli ma senza ergersi su di un piedistallo.

Non è un caso che i magistrati più attenti siano stati anche avvocati e viceversa. Vivere entrambe le esperienze consente di comprenderne le reciproche ragioni e mancanze. Ecco perché introdurrei l’obbligo di reciproco tirocinio (6+6 mesi) per accedere ad entrambe le funzioni. E consentirei di accedervi con estrema severità e con una verifica di tali capacità ogni 10 anni.

Magistrati e avvocati non possono parlare lingue diverse ma l’unica lingua della Giustizia, pur offrendo inevitabilmente diverse prospettive in una “lite” tra parti contrapposte. Mancanze che spesso nuocciono alle vittime. Che attendono appunto che la Giustizia si compia.