Ci si indigna per lo stupro o per le generalità dello stupratore? Questi ultimi giorni ci hanno consegnato un dibattito disgustoso, strumentale, cinico, oltraggioso nei confronti delle vittime, utilizzate per tentare di conquistare qualche voto alimentando paure, livori, razzismo.

Gli eredi di coloro che applaudirono alla violenza contro la “rossa” Franca Rame hanno inveito contro il branco di Rimini perché “nero”, simbolo dei moderni untori di manzoniana memoria.
Giornali che hanno sempre ignorato il femminicidio, e sbeffeggiato ogni battaglia per i diritti delle donne, hanno usato il tema per alimentare i pozzi dell’odio.

Questi comportamenti vanno denunciati e contrastati con durezza e determinazione, ma guai a inseguirli sulla strada della ritorsione, della contrapposizione dello stupro bianco a quello nero.

I due presunti violentatori in divisa di Firenze non sono la risposta al branco di Rimini, ma, eventualmente, la conferma di un’atteggiamento violento, diffuso, prepotente e che tende ancora a considerare la donna un oggetto da prendere e possedere, eventualmente anche ricorrendo alla brutalità.

Allo stupro, anche quello consumato dentro le mura domestiche, non vanno concessi alibi o giustificazioni; la sua riduzione a questione etnica e le strumentalizzazioni politiche e mediatiche, avranno il solo effetto di banalizzare e sfigurare una tragedia senza fine.

Non cadiamo nella trappola di chi vorrebbe trascinarci nella spirale della ritorsione polemica e restiamo, sempre e comunque, dalla parte di chi ha subito le violenze, a prescindere dalle generalità dei suoi torturatori.

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