Sono sempre di meno, ci costano sempre di più. A metà luglio l’Ocse ha calcolato che i dirigenti pubblici italiani sono i più pagati tra quelli dei paesi sviluppati, con l’eccezione degli australiani. Ora è la Corte dei Conti a portare alla luce un’altra stortura: da diversi anni a questa parte il personale dirigente delle Regioni e dei Comuni è in calo, per effetto del parziale blocco del turn over nel comparto pubblico. Ma la spesa media continua ad aumentare. Il paradosso è facilmente spiegato: le risorse destinate al trattamento accessorio, “una parte cospicua del trattamento economico dirigenziale”, vengono disinvoltamente ripartite tra chi resta in servizio. “Sicché la riduzione di personale non produce l’effetto di realizzare economie di spesa“, chiosano i magistrati contabili nelle 198 pagine della relazione La spesa per il personale degli enti territoriali. Una prassi a cui si spera che riesca a mettere fine il nuovo testo unico del pubblico impiego varato con uno degli ultimi decreti attuativi della riforma Madia. Nonostante il ministro della pubblica amministrazione abbia dovuto rinunciare proprio al provvedimento sulla riforma della dirigenza, affossato dalla Consulta e mai riscritto.

La tendenza evidenziata dai magistrati contabili è particolarmente marcata nelle regioni a statuto speciale, dove, a fronte di una “riduzione della consistenza media del personale dirigente e assimilato pari al 4,43%“, la spesa media nel triennio 2013-2015 è lievitata del 7,44 per cento. Gli enti meno virtuosi? Sicilia e Friuli Venezia Giulia. La Regione guidata da Rosario Crocetta contava nel 2013 1.774 dirigenti, calati nel 2015 a 1.692 (-4,6%, annota la Corte). Ma, nel frattempo, sia la spesa netta sia la busta paga media di ogni “mandarino” siciliano sono inesorabilmente salite. La prima è passata dai 128 milioni del 2013 ai 135 del 2014. Gli stipendi si sono gonfiati, in media, addirittura del 10,5%: da 72.236 euro annui a 79.867. In Fvg è andata, da un certo punto di vista, ancora peggio: i dirigenti sono rimasti invariati a quota 78 ma la spesa media per ognuno è aumentata da 90.318 euro a 102.371: un salto del 13,34 per cento.

Va detto che in valori assoluti la spesa media per i dirigenti sostenuta dalle regioni a statuto speciale è inferiore a quella degli enti a statuto ordinario, i cui alti papaveri nel 2015 sono costati mediamente 109.314 euro annui contro gli 81.598 dei dirigenti regionali “speciali”. Uno scostamento del 33,9 per cento. Questo nonostante il picco fatto segnare dal Trentino-Alto Adige, che per i suoi sei alti dirigenti sborsa ben 819.167 euro l’anno: 136.528 per ognuno. Tuttavia tra 2013 e 2015 le distanze si sono ridotte. Il problema è che questo è avvenuto non grazie al contenimento della spesa da parte degli enti che all’inizio del triennio tenevano più larghi i cordoni della borsa. Al contrario: i dirigenti delle regioni a statuto speciale sono riusciti a strappare sempre più soldi.

Tutto questo “sembra confermare la tendenza a ripartire le risorse destinate al trattamento accessorio (una parte cospicua del trattamento economico dirigenziale) tra i dirigenti rimasti in servizio”, si legge nella delibera della Sezione autonomie della Corte. Le tabelle pubblicate nella relazione mostrano che, tra retribuzione di posizione e di risultato, quelle cifre valgono in media il 42% della retribuzione dei dirigenti delle regioni ordinarie e il 32″ di quella dei colleghi che lavorano in enti a statuto speciale. E non a caso tra 2013 e 2015 i dirigenti siciliani “superstiti” hanno visto lievitare del 74% la loro retribuzione di risultato. Per il Friuli Venezia Giulia il dato non è disponibile.

Il “vizietto” di spartirsi il monte dei premi di risultato è più marcato nelle regioni, ma si registra a macchia di leopardo anche nei Comuni. In generale, nel triennio la spesa netta per personale dirigenziale (sia a tempo indeterminato che a tempo determinato) dei Comuni di regioni a statuto ordinario ha subito una riduzione media dell’8,12%, “tendenzialmente in linea con il decremento degli organici (-6,74%)”. Tuttavia la spesa media diminuisce solo dell’1,48%. E nei Comuni piemontesi, lombardi, toscani e calabresi “a fronte di sensibili riduzioni dell’organico (-8,09% in Piemonte; -8,33 in Lombardia; -15,19% in Toscana e -20,76% in Calabria)” la spesa media cresce: +1,24% in Piemonte e Lombardia, +1,36% in Toscana e +1,62% in Calabria.

Passando ai Comuni delle regioni a statuto speciale, mentre la spesa netta registra una riduzione nel triennio del 4,69%, la spesa media registra un aumento dell’1,18%, a fronte di un -5,8% delle unità dirigenziali. Sul dato finale pesano, sottolinea la Corte, i Comuni delle Regioni Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sicilia, che registrano una spesa media in crescita nel triennio rispettivamente di 0,87%, 2,38%, 2,05% e 3,4% “pur a fronte di un sensibile decremento della consistenza numerica, rispettivamente -10,51%, -6,90% e -6,27%”. Risultato: nel 2015 i 283 dirigenti comunali siciliani sono costati in media 86.244 euro l’uno alle casse di Palazzo dei Normanni, contro gli 83.408 euro medi pagati nel 2013 quando erano in tutto 301. Per i colleghi friulani lo Stato ha speso invece nel 2015 94.253 euro l’uno, contro i 92.362 del 2013.

Un po’ più virtuose le (mai davvero soppresse) Province: la spesa media per le posizioni apicali negli enti aboliti dalla legge Delrio “cresce lievemente nel raffronto 2014/2013” ma “si contrae (-2,34%) considerevolmente nel 2015 rispetto al 2013”. In particolare è calata sensibilmente la spesa media per direttori generali e segretari provinciali mentre quella relativa ai dirigenti è salita, ma di un risicato 0,40 per cento.

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