Ma come è possibile che oggi si sia arrivati al punto di dover scegliere in cinque giorni se razionare l’acqua ai romani o continuare a mettere a rischio l’equilibrio ecologico delicatissimo del lago di Bracciano? Certo, è anche colpa della siccità (peraltro, ampiamente prevedibile visti i cambiamenti climatici in atto da anni) ma in un paese civile si doveva intervenire ben prima di arrivare a questo punto. Specie quando si apprende che l’acqua del lago di Bracciano contribuisce solo per una minima parte al fabbisogno dei romani e che quasi la metà dell’acqua destinata a Roma si perde per strada a causa della inefficienza e della vetustà del sistema di adduzione.

Di chi è la colpa? Come al solito è iniziato lo scaricabarile istituzionale che vede tutti “competenti” al momento del potere e tutti “incompetenti” al momento delle responsabilità. La Regione Lazio punta il dito contro Acea (società controllata dal Comune) che avrebbe continuato a mungere acqua dal lago ben oltre il limite consentito. Acea minimizza dicendo che si tratta di un abbassamento del lago di “soli 1,5 millimetri” al giorno e incolpa delle perdite di acqua i sindaci degli ultimi anni che hanno scelto di investire non sulla rete idrica ma in fognature e depurazione. Il sindaco (attuale) di Roma, Virginia Raggi, chiede a Regione e Acea di “fare il possibile per assicurare l’acqua ai romani”.

Al momento, non sappiamo come andrà a finire. Ma, in ogni caso, comunque vada, è necessario che la magistratura, ordinaria e contabile, intervenga al più presto per accertare di chi è la responsabilità di questa allucinante vicenda.

E non solo per il turbamento di un servizio pubblico essenziale; ma anche e soprattutto per valutare le conseguenze ambientali connesse con la sfruttamento di un equilibrio ecologico delicatissimo quale quello del lago di Bracciano il cui livello, nell’ultimo anno, è sceso ben sotto il limite di guardia, come già da mesi denunciato dai cittadini di Bracciano, Anguillara e Trevignano.

Il presidente della Regione Lazio ha paventato un disastro ambientale. Un delitto introdotto nel 2015 dalla legge sugli “ecoreati” la quale punisce con la reclusione da cinque a quindici anni chiunque abusivamente cagioni un disastro ambientale; e cioè, per quanto interessa, l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema o l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali. Con pene più lievi se il fatto si provoca solo per colpa (imprudenza, imperizia, negligenza ecc.) ma con aumento delle stesse se “il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette”.

Occorre, quindi, avviare subito accertamenti anche per verificare i danni già provocati all’ecosistema ed eventualmente punire i responsabili. Certo, la sola repressione penale che interviene quando il danno è stato fatto è insoddisfacente; ma da qualche parte bisogna pure iniziare per far capire a chi ha responsabilità istituzionali che l’acqua è un bene pubblico prezioso e che va tutelato con ogni mezzo. Già una volta i cittadini hanno fatto sentire la loro voce a proposito dell’acqua pubblica. Ma di certo non per arrivare alla vergogna romana di questi giorni.

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