“La captazione dal lago di Bracciano non si può interrompere. Altrimenti l’acqua destinata a Roma sarà razionata”. Siamo a fine aprile 2017, la siccità già incombe da settimane sulla Penisola e le proiezioni effettuate dagli esperti di Acea Spa individuano nell’aumento (addirittura il raddoppio) dei prelievi dal celebre lago a nord della Capitale l’unica soluzione per scongiurare una crisi idrica nella città più popolosa d’Italia. Appena l’ipotesi si diffonde nei comuni lacuali – Bracciano, Anguillara Sabazia e Trevignano Romano – scoppia la rivolta dei cittadini, che scendono in piazza, si organizzano in comitati e sui media iniziano a far circolare le foto dell’incredibile abbassamento del livello del lago, un bacino vulcanico di acqua piovana che non gode di affluenti. Alle richieste di sospendere i prelievi, arrivano i secchi ‘no’ di Acea, la quale “ha rappresentato sin da questa primavera il problema, in tutte le sedi istituzionali”, come confermano anche oggi a Ilfattoquotidiano.it fonti interne alla municipalizzata.

Prime ipotesi di razionamento – La vicenda è delicata. Il lago di Bracciano, oltre ad essere importante attrazione turistica, garantisce un ecosistema che sarebbe pericoloso bloccare. Dall’altra parte, il rinomato sistema di acquedotti della Capitale, esistente dai lontanissimi tempi dell’Impero, è ormai ridotto a un colabrodo: secondo i dati Coldiretti, la dispersione idrica è vicina al 44% (il 41% da fonti Acea) e l’aumento delle utenze negli ultimi anni non ha dato una mano. Le prime ipotesi di razionamento le svela proprio IlFatto.it, il 31 maggio scorso, quando fonti qualificate dell’azienda capitolina parlano di un possibile abbassamento della pressione idrica nella Capitale durante l’estate, con una turnazione fra i quartieri; un’eventualità quest’ultima, legata soltanto al mancato aumento dei prelievi dal lago, non certo a uno stop come quello ordinato in queste ore dal governatore Nicola Zingaretti. Le alternative? Non ci sono. Sempre la nostra testata, il 5 giugno 2017, relaziona sull’intenzione di Acea Spa di investire 28 milioni di euro per ridurre del 20% la dispersione idrica: si tratta di un intervento importante che però non vedrà i suoi effetti prima dell’estate 2018. Ci prova anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, a dare una mano: il 22 giugno 2017 dal Campidoglio arriva l’ordinanza per l’uso dell’acqua potabile che, in realtà è più un invito ad evitare gli sprechi ed a modificare l’atteggiamento di cura degli orti urbani.

 Lo stato di calamità – Qualche brevissimo temporale estivo non migliora la situazione. Acea riesce a non far sentire il peso dell’emergenza dentro i confini comunali, ma fuori iniziano le proteste. Comincia una turnazione più o meno regolare nei comuni dei Castelli Romani che allarma la Regione Lazio e il suo presidente Zingaretti, il quale il 5 luglio annuncia di aver firmato lo stato di calamità con l’auspicio di un intervento del Governo, il quale però deve già fronteggiare l’emergenza in molti altri territori del Paese. E infatti, dopo la mancata risposta da Palazzo Chigi, l’11 luglio – in piena emergenza incendi – il governatore lancia una nuova richiesta d’aiuto affermando di confidare “che presto il governo risponda positivamente per dare elemento di sollievo alla popolazione”. Che il provvedimento che blocca la captazione dal lago di Bracciano – il cui livello nel frattempo continua a scendere – sia un tentativo estremo di farsi sentire? È possibile. Di sicuro adesso Roma ha un (serio) problema, che nella sua storia bimillenaria non era mai stata costretta ad affrontare.