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Giustizia

26 Giugno 2017

Ultimo aggiornamento: 21:19 del 26 Giugno 2017

Montecassino, l’ex abate Pietro Vittorelli rinviato a giudizio: “Prelevò 500mila euro dai conti della diocesi per scopi personali”

di F. Q.
È accusato di appropriazione indebita. Secondo la Procura ha sottratto quasi mezzo milione destinato a opere caritatevoli dai conti della sua abbazia. L’elenco delle spese, come emerso dalle carte di credito, dimostrò che in un mese riusciva a spendere oltre 34mila euro
Montecassino, l’ex abate Pietro Vittorelli rinviato a giudizio: “Prelevò 500mila euro dai conti della diocesi per scopi personali”
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Cassino

Guardia di Finanza

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Il Fatto Quotidiano

Andrà a processo Pietro Vittorelli, ex abate di Montecassino, in provincia di Frosinone, travolto dallo scandalo per aver prelevato circa 500mila euro dai conti del monastero benedettino. Lo ha deciso il gip del tribunale di Roma che ha condiviso l’impostazione dell’accusa, secondo cui l’uomo si sarebbe ‘appropriato indebitamente’ delle somme di denaro. Insieme al religioso, il giudice ha disposto il rinvio a giudizio anche il fratello, Massimo, con l’accusa di riciclaggio.

La vicenda risale al novembre 2015, quando la Guardia di Finanza sequestrò mezzo milione di euro di loro beni. Secondo la procura, l’ex abate Vittorelli, che durante il suo mandato aveva accesso illimitato ai conti dell’abbazia, aveva usato per scopi personali quel denaro, in realtà destinato a finalità di culto e a opere caritatevoli. Gli importi sottratti – sempre secondo l’accusa – sono stati riciclati in varie tranche attraverso passaggi su vari conti correnti gestiti dal fratello, intermediario finanziario, per poi tornare nella disponibilità del prelato.

Dall’inchiesta emerse la passione sfrenata del vescovo per la bella vita con viaggi all’estero con preferenza per il Brasile, cene in ristoranti di lusso, soggiorni da migliaia di euro a Londra e Milano. L’elenco delle spese come emerso dalle carte di credito dimostrò che in un mese riusciva a spendere oltre 34mila euro. Andava a Rio de Janeiro, nel Regno Unito. Per un soggiorno in un hotel di Londra aveva speso 7mila euro, 2mila al Principe di Savoia di Milano. E poi cene nella capitale inglese da 700 euro, nottate trascorse con ostriche e champagne anche per soddisfare i desideri dei suoi amici.

Pietro Vittorelli, 55 anni, ha rinunciato al governo dell’abbazia nel giugno del 2013 per motivi di salute. Era diventato abate nell’ottobre del 2007 e nel 2012 venne colpito da una grave crisi cardiaca che gli ha comportato una lunga degenza e terapia riabilitativa. Nato a Roma nel 1962, l’ex abate si laureò in medicina e subito dopo entrò come postulante nell’abbazia di Montecassino. Nel 2003 è stato membro del comitato provinciale di bioetica dell’azienda sanitaria locale di Frosinone e pochi mesi prima dello scandalo l’abate partecipò alla convention di Forza Italia a Fiuggi.

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  • 16:35 - "Il problema iraniano non è solo il nucleare": l’avvertimento di Kallas a Tallinn

    (Adnkronos) - Kaja Kallas è tornata a Tallinn nella veste di Alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera, ruolo che la obbliga a mediare tra ventisette governi, gestire crisi simultanee su più fronti e trattare con interlocutori che, come ha detto senza giri di parole, preferirebbero non avere a che fare con lei in quanto rappresentante dell'Ue. La sua conversazione con Edward Luce, editorialista e National Editor per gli Stati Uniti del Financial Times, nel corso della Lennart Meri Conference 2026, ha toccato Iran, Ucraina, rapporti transatlantici e sfida cinese.

    Il punto di partenza è la crisi iraniana. Trump è rientrato dal vertice con la Cina, Teheran ha rifiutato il quadro negoziale proposto dagli americani, e Israele preme per riprendere l'Operazione Epic Fury. Kallas ha delineato la posizione europea in tre fasi: cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, poi i negoziati sui temi più difficili a partire dal nucleare. Ha però insistito su un punto che spesso viene trascurato nel dibattito pubblico occidentale: "Non dobbiamo tenere gli occhi fissi solo sul nucleare", perché il programma missilistico iraniano, gli attacchi ibridi e il supporto militare a Mosca sono minacce altrettanto concrete per i Paesi vicini.

    Sul fronte economico, ha ricordato che la chiusura dello Stretto di Hormuz non è una questione bilaterale tra Washington e Teheran: il 54% dei fertilizzanti destinati al Sudan transita da quel corridoio. Un'interruzione prolungata si tradurrebbe a breve termine nella mancata semina, e in una carestia in Africa nell'arco di un anno. Quanto all'opzione militare, Kallas ha argomentato che colpire le infrastrutture civili iraniane non risolve il problema dello Stretto (che rimane il principale strumento di pressione nelle mani di Teheran) e rischia anzi di rendere più difficile qualsiasi soluzione diplomatica.

    Luce ha sollevato la questione dell'ostilità dell'amministrazione Trump verso l'Unione, esplicitata dal discorso di Vance a Monaco l'anno scorso: un’infilata di accuse contro l’Europa mentre Russia e Cina non venivano neanche menzionate. Kallas ha risposto con una domanda retorica: perché anche Pechino e Mosca mostrano la stessa ostilità verso le istituzioni europe? "Perché se restiamo uniti e operiamo insieme, siamo una potenza pari a loro. Invece, dal loro punto di vista, è molto più semplice trattare con Paesi molto più piccoli".

    Il rischio concreto, secondo Kallas, è che alcuni Stati membri cedano alla logica bilaterale, accettando di fatto la tesi che i rapporti individuali con Washington valgano più della coesione europea. Ha citato Paul-Henri Spaak: "In Europa ci sono solo due tipi di Paesi: quelli piccoli e quelli che non si sono ancora resi conto di esserlo". Una citazione che usa spesso, ha ammesso, e che si applica oggi anche al contesto globale. Ha anche segnalato un dato di opinione pubblica: a ottobre 2025 (prima delle minacce sulla Groenlandia e prima di molti altri episodi) solo il 14% degli europei considerava gli Stati Uniti un alleato, contro il 42% degli americani che consideravano l'Europa tale. "Anche nei paesi europei che storicamente sono più grati e più pro-americani, le cose stanno cambiando".

    Sulla guerra in Ucraina, Kallas ha tracciato la posizione europea. La Russia, a suo giudizio, non è ancora arrivata al punto in cui sente la necessità reale di negoziare: ha puntato su Washington per ottenere quanto non ha conquistato sul campo, e fin qui la strategia non ha funzionato perché l'Ucraina ha retto. "Non possiamo essere noi a supplicare la Russia di parlarci".

    Ha presentato due mesi fa, in sede di Consiglio Affari Esteri, una lista di concessioni che Mosca dovrebbe fare prima di qualsiasi accordo, tra cui elezioni libere in Russia. Ha riconosciuto che considera queste condizioni difficilmente realistiche nel breve termine, ma ha spiegato la logica: se una bozza di accordo impone obblighi all'Ucraina, deve imporli in modo speculare all'aggressore.

    Sulla posizione americana, Luce ha chiesto se la pressione su Kyiv ad abbandonare territori non ancora persi militarmente restasse il punto fermo di Washington. Kallas: "La posizione americana è stata molto chiara a tutti. E la pressione esercitata sull'Ucraina per cedere territori che non ha nemmeno perso militarmente è sotto gli occhi di tutti. Perché sia così è un'altra domanda, a cui non so rispondere”.

    L'ultimo tema è stato la sfida cinese, che Luce ha definito potenzialmente più rilevante di tutto il resto sul lungo periodo. Kallas ha concordato, ed è stata esplicita sull'insufficienza della risposta europea attuale.

    "Abbiamo una comprensione molto chiara della diagnosi, ma non c'è accordo sulla cura", ha detto. La metafora che ha usato è quella medica: di fronte a una malattia seria si può aumentare la morfina - i sussidi pubblici per rendere le imprese europee competitive contro il dumping cinese - oppure avviare la chemioterapia, ovvero usare gli strumenti di difesa commerciale disponibili, con il rischio di ritorsioni. "Alcuni Paesi preferiscono ancora la strada che non fa male nell'immediato. Ma prima o poi anche i Paesi ricchi esauriranno i soldi dei contribuenti, e il problema strutturale resterà". Ogni riferimento alla Germania è casuale?

    Ha citato anche il vertice Trump-Xi, riferendo le parole di un ministro degli Esteri asiatico: "Quando gli elefanti combattono, l'erba (tutti gli altri, ndr) viene calpestata. Ma è ancora peggio quando gli elefanti si amano", perché in un mondo G2, il resto non conta. Per Kallas, la risposta è costruire una capacità europea autonoma in materia di difesa e di politica industriale. Il lavoro è in corso, ha detto, con dodici partenariati di sicurezza e difesa già attivi, l'ultimo con l'Australia. Ma i tempi restano incerti. (di Giorgio Rutelli)

  • 16:34 - Perché Meloni era a Navarino con il nuovo editore di ‘Repubblica’

    (Adnkronos) - Sul litorale del Peloponneso, nel punto in cui nel 1827 la flotta ottomana fu sconfitta dalle potenze europee, si è tenuto dal 15 al 17 maggio lo Europe-Gulf Forum, il vertice che ha riunito per la prima volta capi di Stato e di governo europei con i leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc). Una scelta simbolica, quella di Navarino: l'Europa che guarda ancora una volta a Sud e a Est, stavolta non con le cannonate ma con accordi commerciali, corridoi energetici e trattative su migrazione e sicurezza marittima.

    La premier italiana Giorgia Meloni ha aperto i lavori insieme al primo ministro del Qatar Abdulrahman bin Jassim Al Thani, mentre la tappa a Cipro è stata cancellata dopo i fatti di Modena che l’hanno riportata in Italia. Tra i presenti, anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente finlandese Alexander Stubb, la direttrice del Fmi Kristalina Georgieva, la presidente della Bce Christine Lagarde, e i leader di Kuwait e altri paesi del Golfo. Un gruppo che ha trasformato un summit semi-privato in un appuntamento di primo piano nel calendario diplomatico europeo.

    Il vertice è co-organizzato dall'Atlantic Council, il think tank di Washington tra i più influenti nelle relazioni transatlantiche, e dal gruppo mediatico greco Antenna Group. I due co-presidenti del forum sono Fred Kempe, presidente e Ceo dell'Atlantic Council, e Theodore "Theo" Kyriakou, imprenditore greco alla guida di Antenna Group. Tra i consulenti del forum figura anche l'ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha curato buona parte dell'organizzazione logistica dell'evento.

    Palazzo Chigi ha precisato che all'evento erano ammesse solo "figure politiche e istituzionali", smentendo le voci su una presunta partecipazione di rappresentanti di BlackRock e JP Morgan.

    Il nome di Theo Kyriakou non è nuovo alle cronache italiane. Il 23 marzo 2026, K Group (la holding di famiglia) ha completato l'acquisizione del 100% di Gedi da Exor, la cassaforte della famiglia Elkann-Agnelli. Nell'operazione, il cui prezzo è stato stimato attorno ai 110 milioni di euro, sono confluiti la Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital, m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni.

    La famiglia Kyriakou è una delle dinastie imprenditoriali più potenti della Grecia contemporanea: armatori, hanno investito nell'editoria, nella finanza e nell'energia. Il capostipite Minos ha fondato nel 1988 Antenna Group e nel 1989 ha lanciato Ant1, uno dei primissimi canali televisivi privati greci. Alla morte di Minos nel 2017, il controllo del gruppo è passato all'erede Theo, nato ad Atene nel 1974 e laureato alla Georgetown University di Washington. Antenna ora opera in 12 paesi con 37 canali televisivi, piattaforme streaming, radio, cinema ed eventi dal vivo. Il salto di scala più significativo è arrivato tre anni fa, quando Theo ha convinto il fondo sovrano saudita Pif, braccio finanziario del principe Mohammed bin Salman, a investire 225 milioni di euro in Antenna Greece.

    Il suo essere padrone di casa al vertice di Navarino suggerisce una strategia che va ben oltre l'editoria: la costruzione di un network politico-diplomatico.

    Il vertice di Navarino riflette una traiettoria diplomatica ed economica che la Grecia ha intrapreso con crescente determinazione negli ultimi anni. Come spiega all’Adnkronos Elena Lazarou, Direttrice Generale dell'Hellenic Foundation for European and Foreign Policy (Eliamep), il coinvolgimento di Atene con i paesi del Golfo è ormai strutturale: "E' una parte crescente della politica estera greca, ma anche dell'agenda di sicurezza economica, commercio, crescita economica ed energia negli ultimi anni".

    Il nodo centrale è il corridoio Imec - India-Middle East-Europe Economic Corridor - annunciato al G20 del settembre 2023 con la firma di India, Ue, Germania, Italia, Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La Grecia è tra i nodi terminali europei del corridoio, che collega l'India all'Europa attraverso il Golfo Persico, l'Arabia Saudita, Israele e il Peloponneso. Secondo Lazarou, questo progetto rappresenta molto di più di una via commerciale: "Imec è stato un progetto di punta non solo per il commercio, ma anche per la costruzione di resilienza".

    Il passaggio marittimo tra Mediterraneo orientale e Stretto di Hormuz è diventato, secondo Lazarou, uno degli assi fondamentali della sicurezza geoeconomica europea: "Il quadrante si estende fino all'Oceano Indiano, è una rotta strategica per energia, trasporti marittimi, sviluppo infrastrutturale, connettività".

    Questo contesto è stato accelerato dal conflitto in corso tra Israele, Usa e Iran. "Il conflitto ha precipitato l'importanza dei rapporti con i paesi allineati nella regione", spiega Lazarou, "non solo per la componente diplomatica, ma anche per quella di sicurezza economica, poiché lo Stretto di Hormuz controlla la quantità di scambi commerciali e di energia che è critica per la sicurezza energetica ed economica europea". Per la Grecia in particolare, aggiunge la direttrice, "la questione dello shipping e le minacce alla navigazione sono molto in cima all'agenda".

    Un aspetto del vertice è il legame tra la politica estera greca e quella comunitaria. Continua Lazarou: "La politica estera greca e il suo engagement con la regione vanno di pari passo con l'engagement di Bruxelles". Infatti la presidenza cipriota del Consiglio dell'Ue, guidata dal presidente Nikos Christodoulides ha posto in cima all'agenda i negoziati per gli accordi di libero scambio sia con l'India sia con il Consiglio di Cooperazione del Golfo. L'interscambio bilaterale tra Ue e Gcc ha toccato i 225 miliardi di euro, con una flessione nel 2024 che i leader puntano ora a invertire.

    Il forum si è chiuso con impegni su diversificazione delle catene di approvvigionamento, transizione energetica, intelligenza artificiale e sicurezza marittima. La rotta tracciata a Navarino è quella di un'Europa che intende ridurre la sua dipendenza dalle tensioni geopolitiche controllando meglio le infrastrutture che la connettono al mondo. Come sintetizza Lazarou: "Le relazioni con i paesi del Golfo e con l'India sono entrate in una nuova fase, sia per la Grecia che per tutta l’Unione". (di Giorgio Rutelli)

  • 16:13 - Perché Meloni era a Navarino con il nuovo editore di ‘Repubblica’

    (Adnkronos) - Sul litorale del Peloponneso, nel punto in cui nel 1827 la flotta ottomana fu sconfitta dalle potenze europee, si è tenuto dal 15 al 17 maggio lo Europe-Gulf Forum, il vertice che ha riunito per la prima volta capi di Stato e di governo europei con i leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc). Una scelta simbolica, quella di Navarino: l'Europa che guarda ancora una volta a Sud e a Est, stavolta non con le cannonate ma con accordi commerciali, corridoi energetici e trattative su migrazione e sicurezza marittima.

    La premier italiana Giorgia Meloni ha aperto i lavori insieme al primo ministro del Qatar Abdulrahman bin Jassim Al Thani, mentre la tappa a Cipro è stata cancellata dopo i fatti di Modena che l’hanno riportata in Italia. Tra i presenti, anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente finlandese Alexander Stubb, la direttrice del Fmi Kristalina Georgieva, la presidente della Bce Christine Lagarde, e i leader di Kuwait e altri paesi del Golfo. Un gruppo che ha trasformato un summit semi-privato in un appuntamento di primo piano nel calendario diplomatico europeo.

    Il vertice è co-organizzato dall'Atlantic Council, il think tank di Washington tra i più influenti nelle relazioni transatlantiche, e dal gruppo mediatico greco Antenna Group. I due co-presidenti del forum sono Fred Kempe, presidente e Ceo dell'Atlantic Council, e Theodore "Theo" Kyriakou, imprenditore greco alla guida di Antenna Group. Tra i consulenti del forum figura anche l'ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha curato buona parte dell'organizzazione logistica dell'evento.

    Palazzo Chigi ha precisato che all'evento erano ammesse solo "figure politiche e istituzionali", smentendo le voci su una presunta partecipazione di rappresentanti di BlackRock e JP Morgan.

    Il nome di Theo Kyriakou non è nuovo alle cronache italiane. Il 23 marzo 2026, K Group (la holding di famiglia) ha completato l'acquisizione del 100% di Gedi da Exor, la cassaforte della famiglia Elkann-Agnelli. Nell'operazione, il cui prezzo è stato stimato attorno ai 110 milioni di euro, sono confluiti la Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital, m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni.

    La famiglia Kyriakou è una delle dinastie imprenditoriali più potenti della Grecia contemporanea: armatori, hanno investito nell'editoria, nella finanza e nell'energia. Il capostipite Minos ha fondato nel 1988 Antenna Group e nel 1989 ha lanciato Ant1, uno dei primissimi canali televisivi privati greci. Alla morte di Minos nel 2017, il controllo del gruppo è passato all'erede Theo, nato ad Atene nel 1974 e laureato alla Georgetown University di Washington. Antenna ora opera in 12 paesi con 37 canali televisivi, piattaforme streaming, radio, cinema ed eventi dal vivo. Il salto di scala più significativo è arrivato tre anni fa, quando Theo ha convinto il fondo sovrano saudita Pif, braccio finanziario del principe Mohammed bin Salman, a investire 225 milioni di euro in Antenna Greece.

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  • 14:17 - Webuild, aperta al pubblico western station metro Riyadh, ultimo tassello orange line realizzata da gruppo

    Roma, 17 mag. (Adnkronos) - La Royal Commission for Riyadh City ha aperto le porte della Western Station lungo la Orange Line della Metro di Riyadh. Con l’attivazione di questa stazione, entra ufficialmente in esercizio l’intera linea, composta da 22 stazioni e realizzata da Webuild. La Western Station completa la spina dorsale della rete driverless della capitale, infrastruttura da 176 chilometri complessivi che posiziona Riyadh tra le città più avanzate al mondo per il trasporto pubblico automatizzato. Situata nella parte occidentale di Riyadh e lungo una delle sue principali arterie, la Al Madinah Al Munawarah Road, la Western Station rappresenta un nodo urbano articolato progettato per redistribuire i flussi intermodali di mobilità.

    Si estende su 112.000 metri quadrati e integra una stazione metro sopraelevata, un terminal per gli autobus, un parcheggio interrato da oltre 600 posti, spazi commerciali, una moschea e una grande piazza pubblica. Dal punto di vista architettonico, la stazione interpreta in chiave contemporanea il paesaggio saudita. Il progetto si sviluppa attraverso volumi ispirati ai colori e alle forme delle dune del deserto. Strutture orizzontali emergono dal suolo, delineando gli accessi alla stazione, accompagnando la luce naturale all’interno degli spazi e offrendo zone d’ombra ai passaggi pedonali.

    Due grandi archi, con campate fino a 115 metri e un’altezza fino a circa 24 metri, sorreggono le coperture principali, restituendo una struttura monumentale ma leggibile come parte integrante del paesaggio urbano, più che come oggetto isolato. La Western Station è un progetto con una forte impronta sostenibile. La struttura è stata progettata secondo i criteri LEED Gold, una delle certificazioni più riconosciute in ambito di sostenibilità.

    L’impiego di apparecchiature ad alta efficienza e il contributo di energia rinnovabile autoprodotta hanno consentito la riduzione dei consumi idrici ed energetici già durante la fase di costruzione. Il Gruppo Webuild è presente dal 1966 nel Regno Saudita, dove ha già realizzato oltre 90 progetti, spaziando dalla mobilità urbana ai grandi edifici civili, dagli ospedali agli impianti industriali. A Riyadh, oltre alla Orange Line, ha realizzato opere iconiche come il Kingdom Centre, punto di riferimento dello skyline cittadino, ed è impegnato nella realizzazione di più lotti del progetto di sviluppo urbanistico Diriyah Gate. Più di recente, si è aggiudicato il contratto per l’estensione della Red Line della Metro di Riyadh, per supportare la capitale saudita in una nuova fase della sua crescita urbana.

  • 14:07 - Modi a Roma, Shenoy: "Imec, difesa ed energia al centro del rapporto India-Italia"

    (Adnkronos) - Strategia, commercio, difesa, energia e nuove geometrie geopolitiche tra Indo-Pacifico e Mediterraneo. Alla vigilia della visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Italia, Vas Shenoy, Chief Representative per l'Italia della Indian Chamber of Commerce, traccia un quadro della crescente convergenza tra Roma e Nuova Delhi in un momento di forte instabilità globale.

    Nell’intervista, Shenoy spiega perché la relazione tra Giorgia Meloni e Modi oggi passi dall’Imec alla cooperazione industriale nella difesa, fino al concetto di "Indo-Mediterraneo" come nuovo spazio geopolitico integrato. Ampio spazio anche al ruolo dei Brics, alla posizione dell’India rispetto a Cina, Iran e Stati Uniti, e agli effetti economici della guerra in Asia occidentale sull’economia indiana, tra pressione energetica, rischio inflazione e debolezza della rupia.

    Il 20 maggio ci sarà la prima visita bilaterale del Primo ministro Modi in Italia. Quali sono i punti chiave?

    La visita va letta come parte dell’arco strategico occidentale dell’India, alla vigilia della firma dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India, che dovrebbe aumentare in modo significativo il commercio UE-India e Italia-India. La visita di Modi a Roma avviene in un momento di turbolenza globale: crisi energetica, pressione sulle democrazie, volatilità nei rapporti con gli Stati Uniti e ricerca europea di una propria autonomia strategica, un terreno sul quale l’India può essere d’aiuto. India e Italia si incontrano sempre più su questo piano, perché l’India pratica da tempo l’autonomia strategica, mentre l’Europa sta cercando ora di definire la propria versione, e la presidente del Consiglio Meloni è una forza chiave nella leadership europea.

    Indo-Mediterraneo. India e Italia non sono semplicemente due partner bilaterali che si scambiano visite. Sono due poli di una geografia più ampia che collega Oceano Indiano, Golfo, Mar Rosso, Mediterraneo ed Europa. Questo rende sicurezza marittima, rotte commerciali e resilienza energetica temi centrali della visita, incluso il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, l’Imec. Nonostante la guerra in Asia occidentale, l’Imec resta centrale nell’agenda India-Italia, soprattutto vista la forte relazione comune con gli Emirati Arabi Uniti.

    Si parla anche di difesa e innovazione?

    Sono altri due fattori molto importanti, anch’essi parte del Piano d’Azione Strategico Congiunto 2025-2029. Quel piano impegna i due Paesi a una Roadmap Industriale della Difesa, alla co-produzione, al co-sviluppo, alla ricerca nel settore della difesa, alla cooperazione marittima, alla cybersicurezza e al contrasto al cybercrime. La visita a Nuova Delhi del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, alla fine di aprile, ha creato un forte slancio che dovrebbe essere finalizzato dai due leader.

    La visita arriva dopo Operation Sindoor (gli attacchi indiani contro gruppi terroristi in Pakistan), dopo il rinnovarsi delle tensioni in Asia occidentale e nel contesto di una dottrina indiana antiterrorismo più netta. Permette quindi a India e Italia di discutere terrorismo, energia, Iran, Hormuz, catene di approvvigionamento della difesa e Indo-Mediterraneo in un’unica conversazione, invece che come dossier separati.

    Come vede il rapporto Meloni-Modi?

    La relazione è diventata insolitamente produttiva perché entrambi i leader comprendono il linguaggio della sovranità, della politica industriale, dell’autonomia strategica e della connettività. La parte italiana vede l’India non solo come un mercato, ma come un attore civile e strategico. L’India vede l’Italia come un partner europeo con proiezione mediterranea, capacità nella difesa e serietà politica. Entrambi hanno forti relazioni con il Giappone e con la sua leader Sanae Takaichi e, ancora più importante dopo la visita del presidente Trump in Cina, il ruolo di Italia e India nell’Indo-Pacifico sarà importante come fattore di stabilizzazione per il Sud globale e per il resto del mondo.

    Oltre all’Indo-Pacifico, entrambi i leader credono fortemente nell’Africa e vi investono. L’India ospiterà il quarto vertice India-Africa il 31 maggio, mentre l’Italia ha fatto del Piano Mattei il proprio programma di punta per l’Africa. India, Italia e Kenya hanno lanciato una partnership trilaterale strategica per co-progettare e distribuire soluzioni di intelligenza artificiale scalabili e sovrane in Africa.

    La visita di Modi in Italia si colloca all’incrocio tra commercio, difesa, energia, sicurezza marittima e ricerca europea di un nuovo vocabolario strategico per l’Indo-Mediterraneo. Per l’India, l’Italia sta diventando una delle porte europee più utili. Per l’Italia, l’India non è più soltanto un’opportunità asiatica. È un partner nella definizione dei corridoi e dell’architettura di sicurezza che plasmeranno il fianco sud dell’Europa.

    Allargando lo sguardo, com’è andata la riunione dei ministri degli Esteri Brics a Nuova Delhi?

    La riunione a Nuova Delhi è stata utile, ma ha mostrato anche i limiti del formato Brics allargato. L’India è riuscita a convocare il gruppo in un momento difficile, con Iran ed Emirati Arabi Uniti entrambi nella stessa stanza, mentre la guerra in Asia occidentale incideva direttamente su energia, commercio e sicurezza marittima. Già questo non era irrilevante.

    Ma la riunione non ha prodotto il tipo di dichiarazione politica unitaria a cui l’India puntava. La frattura principale è stata sull’Asia occidentale. L’Iran voleva che i Brics condannassero Stati Uniti e Israele, mentre la posizione degli Emirati era naturalmente di condanna dell’Iran. Il risultato è stato una dichiarazione della presidenza, elaborata dall’India, invece di un comunicato congiunto pieno. Questo ci dice che i Brics sono ormai abbastanza grandi da essere geopoliticamente rilevanti, ma anche troppo divisi al loro interno per parlare facilmente con una sola voce.

    La presenza “di basso livello” della Cina che effetto ha avuto?

    La mancanza di una rappresentanza cinese di alto livello è stata notata. L’assenza di Wang Yi aveva un valore simbolico, perché la Cina resta una delle potenze centrali dei Brics e ha anche una forte influenza sull’Iran. Inoltre, la riunione coincideva con il vertice Trump-Xi a Pechino. In un certo senso, qualsiasi svolta nei Brics avrebbe potuto oscurare il vertice Trump-Xi, nel quale la Cina stava cercando di proiettare la propria immagine di seconda potenza globale, allontanandosi dal formato multilaterale e multipolare che l’India sta cercando di promuovere.

    Il punto più importante è che l’India ha presieduto la riunione con una certa disciplina. Non ha permesso che i Brics diventassero un teatro anti-occidentale interamente plasmato da Teheran, Mosca o Pechino, e questo era il vero obiettivo indiano. Nuova Delhi vuole che i Brics restino una piattaforma per la riforma della governance globale e la voce del Sud globale, non un blocco anti-occidentale che eredita automaticamente ogni conflitto dei suoi membri.

    In che modo la guerra in Asia occidentale incide sull’economia indiana?

    L’esposizione dell’India è immediata, perché l’energia è la cinghia di trasmissione tra l’Asia occidentale e l’economia indiana. Lo Stretto di Hormuz non è un chokepoint astratto per l’India. È legato all’inflazione, alle partite correnti, alla rupia, ai fertilizzanti, alla plastica, ai costi di trasporto, al carburante domestico e alla stabilità politica. Sul piano umano, oltre 9 milioni di cittadini indiani vivono nel Golfo, formando una spina dorsale dell’economia del Golfo e inviando rimesse che restano una fonte importante di valuta estera per il Paese.

    L’India importa più del 90 per cento del proprio petrolio greggio, con circa la metà proveniente dall’Asia occidentale. Si stima inoltre che ogni aumento di 10 dollari del prezzo del greggio possa aggiungere circa 13-15 miliardi di dollari alla fattura annuale delle importazioni indiane, allargare il deficit delle partite correnti di 36 punti base, aumentare l’inflazione di 35-40 punti base e ridurre la crescita di 20-25 punti base nell’anno fiscale 2027. Senza contare che l’aumento del costo della vita incide automaticamente sulla politica in una democrazia sensibile ai prezzi.

    L’economia indiana non è fragile, ma è sensibile all’energia. L’India dispone di riserve, di un sistema bancario più forte e di margini di politica economica, ma una guerra prolungata in Asia occidentale costringerebbe comunque a scelte difficili: assorbire fiscalmente i prezzi dei carburanti, trasferirli sui consumatori, difendere la rupia in modo più aggressivo o rallentare alcune importazioni.

    Perché Modi ha richiamato all’austerità, era un tentativo di conservare valuta estera?

    Sì, al fondo il richiamo di Modi all’austerità riguardava la conservazione della valuta estera, anche se è stato formulato nel linguaggio della disciplina nazionale. L’appello di Modi includeva il risparmio di carburante, un maggiore uso del trasporto pubblico e del carpooling, lavoro da casa e riunioni online dove possibile, riduzione dei viaggi esteri non essenziali, rinuncia all’acquisto di oro per un anno, riduzione del consumo di oli alimentari e uso più contenuto dei fertilizzanti.

    Modi non stava annunciando il panico. Stava cercando di socializzare la sobrietà prima che la pressione macroeconomica diventasse più visibile. La vulnerabilità dell’India in una crisi di questo tipo non riguarda soltanto il greggio. Riguarda anche oro, viaggi all’estero, fertilizzanti, oli alimentari e importazioni legate all’energia. Sono tutti canali di uscita di valuta estera in un contesto in cui l’India potrebbe dover prendere decisioni difficili se il conflitto continuerà.

    L’appello ha anche una funzione politica interna. Sposta il peso del problema da una questione puramente tecnica a uno sforzo nazionale. È un tratto tipico della governance di Modi: trasformare la prudenza macroeconomica in dovere civico. Se funzionerà economicamente dipenderà dalla scala della risposta. Ma politicamente prepara i cittadini a una fase in cui carburanti, importazioni e pressione valutaria potrebbero richiedere sacrifici.

    Qual è la sua opinione sulla rupia? È destinata a peggiorare?

    La rupia si è comportata male perché le pressioni sono reali. È scesa a minimi storici, con il cambio a 95,79 per dollaro, perdendo più del 5 per cento dall’inizio della guerra con l’Iran. Reuters ha inoltre riferito che è stata la valuta asiatica con la peggiore performance dell’anno, sotto pressione per il petrolio, i deflussi di capitale, i rimborsi del debito estero e le coperture degli importatori.

    La mia opinione è che la rupia possa indebolirsi ulteriormente, ma non in modo disordinato, a meno che il petrolio resti elevato molto più a lungo o i deflussi di portafoglio accelerino. La Reserve Bank of India non vorrà bruciare riserve per difendere indefinitamente un livello simbolico, che è la soglia psicologica di 1 dollaro a 100 rupie, ma vorrà evitare il panico. Questo significa attenuare la volatilità, non fissare il tasso di cambio.

    Barclays mantiene una previsione di fine anno per il cambio dollaro-rupia a 96,80, mentre DBS ha sostenuto che una ripresa duratura della rupia richiederebbe o un crollo dei prezzi del petrolio o una ripresa dei flussi di portafoglio. Anche gli investitori stranieri stanno uscendo dal mercato indiano, vista la sua vicinanza alla guerra in Asia occidentale e le sue relazioni con Iran e Israele. Questo sta mettendo ulteriore pressione sulla rupia e sulle riserve valutarie. Tuttavia, l’India resta un’economia fondamentalmente solida e la crescita è interna e continuerà.

    Quindi la risposta è: sì, un ulteriore indebolimento è plausibile. Ma il problema della rupia non è soltanto valutario. È il prezzo visibile della dipendenza energetica dell’India in tempo di guerra. Se il petrolio si stabilizza e i flussi tornano, la rupia può stabilizzarsi. Se Hormuz resta sotto pressione e il greggio rimane alto, la pressione al deprezzamento continuerà. (di Giorgio Rutelli)

  • 12:10 - "La Cina aspetta la disfatta russa per riprendersi la Siberia": Kasparov sul regime di Putin

    (Adnkronos) - Tallinn - "Tredici anni fa ero ancora un tesoro nazionale", ha detto Garry Kasparov con ironia amara a Jill Dougherty. "Adesso sono un terrorista ufficialmente incriminato. Ho cambiato status”. Così inizia il dialogo alla Lennart Meri Conference di Tallinn tra l’ex campione di scacchi e ora dissidente russo (da 13 anni è in esilio dal regime putiniano) e la giornalista, già corrispondente da Mosca, per oltre 30 anni alla Cnn e ora docente a Georgetown.

    La prima domanda di Dougherty ha sfidato subito uno dei luoghi comuni più diffusi: Putin sarebbe in difficoltà, nascosto in un bunker, con un cerchio magico sgretolato. Kasparov, da ex scacchista abituato a ragionare con le informazioni disponibili sul tavolo, non è d’accordo.

    "Negli scacchi hai il 100% delle informazioni di fronte a te. Ma la situazione reale di un dittatore è il segreto più gelosamente custodito in qualsiasi dittatura. Parlare di Putin nel bunker, dello stato di salute di Putin, dei suoi cerchi magici, mi ricorda la vecchia cremlinologia: guardare chi stava vicino a Breznev affacciato dal mausoleo di Lenin e cercarci significati politici. È più astrologia che analisi”.

    Quello che invece Kasparov è disposto ad affermare con certezza è altro. Putin non è soltanto in guerra contro l'Ucraina. "Putin è in guerra contro l'Europa, contro tutte le istituzioni europee, contro il mondo libero. E non lo dico io: lo sta comunicando lui stesso, in modo molto costante, da oltre due decenni”.

    Il passaggio più forte del dialogo ha riguardato la prevedibilità di Putin. Kasparov ha ricostruito una linea dritta, che avrebbe dovuto essere visibile a tutti: nel 2005, al suo secondo mandato, Putin disse davanti alla Duma e al Senato riuniti in seduta comune che "il crollo dell'Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo". Due anni dopo, nel 2007, lo ripeté a Monaco di Baviera, guardando negli occhi George W. Bush e tutti i leader del mondo libero. L'anno seguente, attaccò la Georgia.

    "I dittatori mentono sempre su ciò che hanno fatto. Ma molto spesso ti dicono esattamente quello che faranno. Il Mein Kampf fu pubblicato nel 1925, era un progetto. Nessuno lo prese sul serio. Nel 2007, Putin pose un ultimatum: riportare la Nato ai confini del 1997. Lo rimise sul tavolo nel dicembre 2021. L'obiettivo di Putin era, è e sarà ripristinare la gloria dell'impero russo. E non vi è alcuna indicazione che abbia cambiato idea”.

    Uno dei momenti più elettrici della conversazione è arrivato quando Dougherty, cercando di aprire una finestra sul futuro, ha usato per tre volte consecutive l'espressione "quando la guerra finirà" (when the war ends). Kasparov l'ha interrotta: "Tre volte hai detto war ends. Non hai avuto il coraggio di dire: when Ukraine wins”.

    Dougherty si è difesa: "Ovviamente, perché nessuno sa come si vinca o si perda". E Kasparov ha ribadito la sua formula: "Senza una vittoria ucraina, nulla cambierà in Russia. Niente. Bisogna dimostrare che gli imperi muoiono. E niente, se non la bandiera ucraina issata a Sebastopoli, lo dimostrerà”.

    Kasparov ha proposto una lettura della storia russa che va oltre Putin: non si tratta di un virus comunista, ma di un "virus imperiale" che muta da secoli. "Nel 1991 abbiamo fatto un errore colossale: ci siamo occupati del virus comunista, ma non del virus imperiale, che si è ripresentato. E a meno che non convinciamo il russo medio che l'impero è morto, non vedremo mai nessun cambiamento”.

    La vittoria ucraina, ha spiegato, non richiede una resa incondizionata come nel 1945, né la conquista di Mosca. "Pensate al 1918: la Germania firmò la resa l'11 novembre mentre le sue truppe erano ancora in Francia e in Belgio, perché aveva esaurito le risorse. Putin potrebbe essere messo in una situazione analoga”.

    Dougherty ha affrontato un tema scomodo: cosa fanno davvero i leader dell'opposizione russa in esilio? Kasparov non ha risparmiato i suoi stessi colleghi. "Le persone che incontri frequentemente a Washington sono sognatori che elaborano piani grandiosi su come ricostruire la Russia dopo Putin. Ma nulla di tutto ciò avrà senso a meno che l'Ucraina non vinca la guerra". E più direttamente: "Non hanno un piano. Scrivono bei documenti per ottenere fondi e donazioni. Punto”.

    Anche la delegazione russa nell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, di cui fa parte, è vista da Kasparov come un organismo ancora troppo debole, ma che rappresenta l'unico embrione istituzionale di un'alternativa al regime di Putin.

    Vero apprezzamento invece per Boris Nemtsov, "l'unico politico che si era opposto con fermezza all'annessione imperiale", quando nel 2014 Mosca annesse la Crimea. Ucciso l’anno dopo con quattro colpi di pistola alle spalle.

    Alla domanda filosofica di Dougherty sulla pokayanie - il concetto russo di penitenza, di espiazione - Kasparov ha risposto con una diagnosi impietosa. La Russia non ha mai attraversato un vero processo giudiziario di condanna dei crimini comunisti. E il momento breve di autocoscienza degli anni Ottanta è stato rapidamente sepolto sotto una restaurazione nostalgica. "Vladimir Putin non è stato un incidente. Abbiamo perso una finestra molto breve, alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, per uscire dal binario imperiale”.

    La sua conclusione "Dovete costringere i russi a fare una scelta. La guerra è perduta, l'impero è morto. Volete rientrare in Europa pagando i risarcimenti e riconoscendo i crimini del regime? Oppure volete diventare un satellite della Cina? I russi non abbracceranno la democrazia occidentale con il cuore. Forse lo faranno con lo stomaco, per la fame”.

    Kasparov ha sollevato uno scenario che pochi osano nominare: il rischio che, se l'Occidente non agisce, sia la Cina a fare a pezzi l'impero russo. "La Cina ha rivendicazioni territoriali enormi sulla Russia: un’area grande quasi il triplo della Francia, 1,5 milioni di chilometri quadrati. L'intero territorio da Vladivostok a Chita era cinese fino al 1860. E la Cina aspetta. Se non facciamo nulla, l'Impero russo collasserà - ma sarà la Cina a farlo collassare. Forse tra qualche anno ci sarà un referendum in Siberia orientale e scopriremo che è cinese”.

    La sessione di domande non è stata meno interessante. Una giornalista russa in esilio, riconosciuta come terrorista dal Cremlino per il suo sostegno all'esercito ucraino, ha chiesto se sia pensabile un'alleanza militare europea senza gli Stati Uniti. Per Kasparov, "la sicurezza e l'indipendenza dei paesi baltici e della Polonia non dovrebbero dipendere dal capriccio di un uomo nell'Ufficio Ovale che si è dimostrato, per tutta la sua vita, molto obbediente alle richieste del Cremlino. Il solo fatto che stiamo dibattendo se attivare o meno l’articolo 5 lo indebolisce, se non lo rende irrilevante. Putin ci sta ascoltando”.

    "Come dovrebbe trattare l'Unione Europea una Russia che ha perso la guerra?", la proposta di Kasparov, in parte ironica in parte serissima, è la "Russia Taiwan": creare un'entità politica alternativa che raggruppi i milioni di russi che vogliono tagliare i ponti con il regime di Putin, offrire loro documenti, offrire loro uno status, formarli come forza politica. "Abbiamo milioni di russi che vogliono uscirne. Non hanno dove andare. I loro passaporti scadono nel '26 e nel '27. L'Europa continua a rilasciare oltre mezzo milione di visti l'anno — ma non a loro. Dategli una chance”.

    Infine, uno studioso dell'Università della Florida ha posto una domanda sulla paralisi delle élite occidentali, su quella costante self-deterrence che nel 2022 portò l'amministrazione Biden a rifiutare di consegnare armi serie all'Ucraina perché "l'esercito sarebbe crollato in due settimane". La risposta di Kasparov è stata un atto d'accusa: "Appeasement è una parola negativa, ma Chamberlain aveva buone intenzioni. Era ingenuo, non faceva affari con Hitler. Noi abbiamo fatto qualcosa di peggio: abbiamo saputo, capito, e comunque non abbiamo agito. L'Ucraina ha dimostrato che l'unico modo per rendere Putin prevedibile è mostrare forza”. (di Giorgio Rutelli)

  • 11:28 - Gb, Daily Mail: "Starmer si dimetterà da primo ministro"

    Londra, 17 mag. (Adnkronos) - Il primo ministro britannico Keir Starmer si dimetterà di sua spontanea volontà. Lo scrive il Daily Mail, citando fonti governative. "Keir Starmer ha confidato ai suoi amici più stretti l'intenzione di dimettersi da primo ministro", afferma l'articolo. Secondo le fonti, il primo ministro comprende la situazione politica del Paese, ma desidera lasciare l'incarico con dignità.

    "Non è ancora chiaro quando esattamente verrà fatto questo annuncio", aggiunge il giornale britannico. A maggio, quasi 100 parlamentari hanno chiesto le dimissioni del primo ministro in seguito alla sconfitta del Partito Laburista alle elezioni locali. Diversi funzionari governativi si sono dimessi per protesta, tra cui il ministro della Sanità Wes Streeting, considerato un importante rivale di Starmer.

    Come riportato dal quotidiano Telegraph, il sindaco di Manchester, Andy Burnham, considerato anche un oppositore dell'attuale leader del partito al governo, intende candidarsi al parlamento, entrando così in lizza per la carica di primo ministro.

Adn Kronos www.adnkronos.com
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