Clamoroso ma non troppo. O meglio: inaspettato, ma non per questo inspiegabile. La rimonta in effetti è stata di quelle difficili da pronosticare: oltre 11 punti nel giro di 2 settimane. Ma alla fine è successo davvero: col 53,52% dei consensi, Pierluigi Biondi è stato eletto sindaco di L’Aquila. E ora al Pd cittadino, e al suo candidato Americo Di Benedetto, forse risulta evidente che proprio l’aver data per acquisita una vittoria ancora tutta da conquistare è stato il primo, più marchiano errore, di questa fase finale della campagna elettorale. Di Benedetto lo ha ammesso subito, già al termine dello spoglio: “È vero, ci si è cullati sul vantaggio e così si è abbassata la tensione”. Cosa che non ha fatto, invece, il candidato del centrodestra. L’esponente di Fratelli d’Italia, vicino per anni alla destra estrema e ora sostenuto da un’ampia coalizione di centrodestra, ci ha creduto fino in fondo, in questi 15 giorni, con una serie infinita di incontri e iniziative tra la gente. Ribattendo, principalmente, su un punto sostanziale: se si voleva cambiare pagina davvero, era per lui che bisognava votare.

E alla fine proprio quest’ansia di rottura ha pagato. Scegliendo Biondi, gli aquilani hanno di fatto archiviato la lunga stagione che ha visto per protagonista Massimo Cialente: 10 anni segnati perlopiù dal terremoto del 2009 e dalla tribolata ricostruzione. Coriaceo e carismatico, Cialente ha troppo spesso dato l’impressione di rimanere prigioniero delle sue contraddizioni. Restano nelle memoria di tanti le sue ripetute finte dimissioni, annunciate e poi puntualmente ritirate in segno di protesta contro uno Stato centrale sordo alle esigenze della città. Ma più ancora di quelle sceneggiate un po’ patetiche sulla riconsegna della fascia tricolore, resta la sua incapacità di avviare la ricostruzione nelle frazioni in periferia, l’inerzia davanti al problema della sicurezza nelle scuole. E poi, ancora, gli slanci immotivati per progetti più che altro appariscenti – tipo lo sviluppo dell’aeroporto, rivelatosi un flop, tipo la candidatura di L’Aquila a Capitale europea della cultura per il 2019 – e irrealizzabili, a fronte di un apparente immobilismo davanti a emergenze ben più reali, come quella rappresentata dalla disoccupazione, lievitata negli anni del dopo terremoto.

Ad allontanarsi dall’ombra ingombrante di Cialente, Di Benedetto ha tentato come ha potuto. Cioè poco e male, parlando di “diversità nella continuità” e non prendendo mai le distanze da un apparato, quello del Pd locale, che in tanti – anche nel centrosinistra – ormai considerano improponibile. Da rottamare, insomma. Non è stato difficile, per Biondi, solleticare il malessere accumulato in questa stagione e spingere tanti indecisi verso il voto di protesta. Proponendosi come l’uomo nuovo della politica aquilana, facendo passare in secondo piano le sue frequentazioni con CasaPound e puntando tutto sulla sua affidabilità di amministratore già collaudato durante gli 11 anni alla guida del piccolo comune aquilano di Villa Sant’Angelo. Da un lato un candidato alieno a tutti i circoli di potere locale, dall’altro un esponente che di quei poteri è espressione: è stata questa la narrazione scelta da Biondi. E ha funzionato.

Anche perché, a contrastarlo, c’era una coalizione tutt’altro che granitica. Lo si intuisce da una rapida analisi dei dati, che qualcosa nel Pd non ha funzionato in questi 15 giorni. I voti di Biondi sono aumentati, è vero, passando da 14.142 a 16.410; ma quel che colpisce è osservare come le 18.576 preferenze raccolte da Di Benedetto al primo turno si siano ridotte a 14.249. Una vera emorragia, in un contesto peraltro di scarsa affluenza (52%, 15 punti in meno rispetto a due settimane fa). “È intervenuto – dicono sottovoce dallo staff di Di Benedetto – il fuoco amico”. Non solo i tanti “signori delle liste” che al primo turno avevano mobilitato le proprie truppe in favore del candidato di centrosinistra, e che ieri sono rimasti in disparte; ma anche, e soprattutto, le scorie mai smaltite delle primarie di aprile. Quelle che avevano incoronato proprio Di Benedetto, ma al termine di un testa a testa serrato con l’altro candidato, quel Pierpaolo Pietrucci che proprio nei giorni scorsi aveva messo in fibrillazione il Pd aquilano parlando di una sua presunta corrente. I responsabili locali dei dem erano stati costretti a smentire, s’erano affrettati a ribadire che il Pd era tutto compatto in sostegno a Di Benedetto. Oggi, alla luce del risultato del ballottaggio, è forse un po’ più difficile credergli.

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