È appena iniziato a Roma un corso di formazione per magistrati e procuratori afghani, in materia di lotta alla corruzione. Si legge in una nota della Farnesina che l’iniziativa di capacity building durerà fino al 31 maggio, si svolgerà all’Università Luiss, è promossa dal Ministero guidato da Angelino Alfano, in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone.

L’attività formativa – che interessa 11 giudici afghani, alcuni dei quali provenienti dalla provincia di Herat – intende rafforzare le capacità delle autorità giudiziarie e di polizia afghane nel contrastare il fenomeno della corruzione nel paese. Essa fa seguito alle linee di cooperazione previste dalla commissione mista Italia-Afghanistan riunitasi a Kabul nell’aprile 2016.

La lotta alla corruzione è una delle priorità del governo di Kabul, Transparency international’s corruption perception index posiziona il paese asiatico al 169° posto a livello mondiale (su 176 paesi). Pur con lentezza, il governo ha compiuto timidi passi avanti, dal marzo 2010, in linea con quanto previsto dalla Conferenza di Londra, ha rafforzato i poteri dell’High office of oversight and anticorruption (Hooc), il massimo organismo governativo di coordinamento delle attività di contrasto al fenomeno. Un’unità anti-corruzione è stata istituita presso l’ufficio del procuratore generale e la Corte Suprema ha previsto la nomina di giudici da dedicare esclusivamente ad appositi tribunali anti-corruzione.

Difficile immaginare che su questo fronte l’Italia abbia qualcosa da insegnare: il nostro paese non è un esempio virtuoso di lotta alla corruzione, non sono un caso i continui richiami dell’Unione europea e degli organismi internazionali sulla necessità di interventi che rendano efficiente il sistema giustizia. E basterebbe leggere pochi dati ufficiali per scoraggiare qualsiasi investimento estero nel Belpaese: la classifica della Transparency international’s corruption ci colloca al 60° posto, in compagnia di Cuba, staccati dal Bhutan, da Capo Verde, lontanissimi dai paesi del mondo occidentale, solo la Grecia fa peggio di noi (occupando il 69° posto).

Negli ultimi dieci anni, secondo i dati del Ministero, oltre un milione e mezzo di processi – moltissimi quelli per corruzione – sono finiti nel nulla per prescrizione, più del 70% delle prescrizioni è intervenuta già nella fase delle indagini preliminari. Una dichiarazione di fallimento che si trasforma in un grido di dolore ripetuto stancamente una volta all’anno, in occasione dell’inaugurazione di un nuovo anno giudiziario.

Con il paradosso di questi giorni – che sa un po’ di beffa – di un corso di formazione per i procuratori afghani, organizzato dal ministro Alfano, già guardasigilli nell’esecutivo Berlusconi, capo di un partito di maggioranza che spesso oppone un muro ai tentativi di riforma diretti a contrastare in modo più incisivo il fenomeno della corruzione. Insomma, un buon modello di riferimento.

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