Oggi pomeriggio l’Italia dovrebbe avere definitivamente, prima in Europa, una legge sul cyberbullismo. La norma, frutto di un travagliato iter che l’ha portata ad una seconda lettura alla Camera dopo la modifica apportata dal Partito Democratico nel corso dell’estate 2016, dovrebbe essere, come si dice in gergo, “blindata” dall’Aula.

Le fibrillazioni seguite a quella modifica non sembravano concluse dal momento che alcuni membri del gruppo Pd hanno provato di recente ad inserire nella norma disposizioni più severe sulla rete. Poi il relatore dem alla Camera, il toscano Paolo Beni, ha cercato una quadra, abbandonando ogni velleità di modifica. Così ha evitato di incorrere nelle ire del gruppo dem al Senato che aveva dato, per la seconda volta, la propria parola sull’immodificabilità del provvedimento uscito da Palazzo Madama.

Il Movimento 5 stelle, per conto del quale hanno operato essenzialmente i deputati Marialucia Lorefice e Massimo Enrico Baroni, aveva “salvato” la norma la scorsa estate, apponendo un veto di fatto ad uno stravolgimento della finalità e del testo: si approva solo il testo passato all’unanimità al Senato. Attraverso un accordo informale bipartisan in Commissione affari sociali e giustizia, i due gruppi di maggior peso politico alla Camera dei deputati hanno rinunciato a presentare da una parte (il Movimento 5 stelle) e ritirato dall’altra (il Partito Democratico) gli emendamenti che avrebbero riportato la norma al Senato, condannandola a morte certa.

Il testo approvato al Senato è frutto di un lavoro di affinamento del senatore pentastellato Vito Crimi e della senatrice del Pd Elena Ferrara (vera e propria deus ex machina della norma) e incentrato esclusivamente sulla tutela dei minori; sono state espunte le norme penali che avrebbero comportato condanne fino a 6 anni anche ai maggiorenni.

C’è un però. Alcuni parlamentari, in particolare Paolo Coppola del Pd più alcuni deputati del gruppo di Alternativa libera, hanno proposto direttamente in Aula e a titolo personale emendamenti al testo per reintrodurre una definizione di “vittima” molto generica e le sanzioni penali del nuovo reato di cyberbullismo. Se approvati dall’Aula gli emendamenti porterebbero nuovamente la norma in Senato, in un gioco dell’oca dalla difficile (e, frustrante) soluzione.

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