Ai, invece di pensare al lavoro preoccupiamoci del vuoto umano che gli algoritmi stanno colmando
Di fronte all’avanzata dell’intelligenza artificiale, il dibattito pubblico si arena spesso, quasi per riflesso condizionato, sulle legittime preoccupazioni occupazionali e sui rischi per la tenuta sociale delle nostre comunità. Tuttavia, da una prospettiva pedagogica e fenomenologica, la questione più inquietante non risiede nella capacità di calcolo delle macchine, ma in quella strana, sottile sensazione di essere “conosciuti” da uno strumento tecnologico.
Quando un algoritmo predice un nostro desiderio o azzecca la combinazione musicale perfetta, ciò che ci colpisce non è solo l’efficienza, ma una sorprendente capacità di interpretare i nostri sentimenti e le nostre volontà. È come se l’intelligenza artificiale fosse capace di quella empatia che, con amara frequenza, non riusciamo più a rintracciare nei nostri interlocutori in carne ed ossa.
Siamo entrati nell’era dell’Umanità Artificiale. Il paradosso che viviamo è che la macchina sembri capirci meglio di un amico, di un parente o persino della persona amata. Non è un caso che il cinema, da A.I. (2001) di Kubrick e Spielberg a Her (2013) di Spike Jonze, abbia saputo anticipare questa deriva: l’innamoramento per un’entità virtuale non è più fantascienza, ma lo specchio della nostra realtà quotidiana, dove l’algoritmo interpreta il nostro sentire con una precisione che ci è diventata aliena.
È chiaro che l’empatia algoritmica è il surrogato di una intersoggettività che tra Sapiens non riusciamo più a vivere. Per un’empatia autentica occorre condividere uno spazio e un tempo, occorre la pazienza che richiede la costruzione di uno spazio intermedio nel quale la volontà di comprensione reciproca prevalga sulla pretesa di giudizio, dell’altro e di sé, ma, soprattutto, occorre una disponibilità al decentramento, alla messa tra parentesi delle proprie convinzioni e aspettative per fare spazio allo stupore che ci riserva la novità dell’incontro col diverso.
L’empatia dell’algoritmo, viceversa, è rassicurante perché è rapida, non costa la fatica della messa in discussione, non si aspetta reciprocità, si basa sulla statistica e la prevedibilità dei nostri pensieri e ci gratifica nel riprodurre risposte che stanno dentro il perimetro delle nostre aspettative restituendoci, così, un’illusione di comprensione assoluta e di non solitudine.
Ma perché sta accadendo questo? La mia ipotesi, forse provocatoria ma necessaria, è che le macchine non stiano facendo altro che riempire un vuoto relazionale. Non assistiamo tanto a un aumento esponenziale della competenza artificiale, quanto a una preoccupante diminuzione di umanità e sensibilità degli esseri umani. Stiamo scivolando in un’anestesia affettiva perché non siamo più educati alle relazioni.
Lo spazio dell’intersoggettività, quel luogo magico e complesso fatto di scambi in presenza, di corporeità, di sguardi e di codici condivisi, sta finendo nel dimenticatoio. Noi, e ancor più le nuove generazioni, siamo sempre più disabituati a questa interconnessione tra Sapiens, a quella capacità di entrare in sintonia profonda con l’altro attraverso gesti e parole che non siano mediati da uno schermo.
La nostra specificità come specie non risiede solo nella logica, ma in un’affettività che stiamo letteralmente “giocando” e dimenticando, lasciando che gli algoritmi colmino i nostri deficit e i nostri bisogni inespressi.
Questo vuoto non è caduto dal cielo; lo abbiamo scavato noi nella nostra soggettività. L’esperienza del lockdown è stata solo il sintomo macroscopico di una progressiva atrofia delle competenze relazionali. La tragedia educativa odierna è che alle istituzioni non chiediamo più di renderci “capaci relazionalmente”, esperti nell’ascolto, nella mediazione o nell’empatia verso il diverso. Chiediamo solo competenze logiche, controllo della materia e performance cognitive. Abbiamo smarrito il cuore dell’educazione — da Socrate a Comenio, da Pestalozzi a Montessori — che è innanzitutto accompagnamento alla costruzione della propria identità, della propria umanità autentica, della propria autonomia e capacità critica.
Oggi, l’umanità artificiale riprodotta dalle macchine brilla per contrasto con l’aridità del nostro tempo. Basti osservare i “potenti della Terra”, mossi da logiche di interesse puramente egoistiche, incapaci di compassione o di comprensione umana verso l’altro Sapiens, che giustificano la soppressione dell’altro da sé non più riconosciuto come soggetto, ma visto come ostacolo al proprio interesse individuale o di gruppo identitario di appartenenza. In questo scenario, l’algoritmo appare paradossalmente più “umano” di chi domina lo scenario geopolitico, il sistema di pensiero e l’egemonia culturale contemporanea.
La sfida non è dunque fermare la tecnologia, ma riabitare l’umano. Dobbiamo tornare a educare all’ascolto, alla conoscenza di sé, all’empatia, all’alterità prima che lo specchio dell’algoritmo diventi l’unica fonte in cui riusciamo a riconoscerci.