Il colpo d’occhio nella piazza del Louvre, domenica sera, si presentava più impressionante del solito: davanti alla Piramide un grande palco e due megaschermi, la stampa di tutto il mondo, una folla festante, e una distesa di bandiere della Francia e dell’Europa sventolanti sulle teste delle migliaia di persone arrivate ad accogliere il nuovo Presidente della Repubblica. Emmanuel Macron trionfa su Marine Le Pen con il 66%, percentuale ben oltre le aspettative della vigilia, e diventa il capo di Stato più giovane nella storia della repubblica d’oltralpe.

Nonostante la grande atmosfera di gioia, si percepivano comunque alcune preoccupazioni e malumori tra i presenti: la candidata del Front National ha ottenuto più di dieci milioni e mezzo di voti, aumentando di quasi tre milioni di preferenze il bottino ottenuto al primo turno; a un mese e tre giorni da oggi, poi, ci sono le elezioni per il rinnovo dell’assemblea nazionale, il vero e proprio banco di prova per Macron e per capire quale maggioranza supporterà il governo del leader di En Marche uscito vincitore dalle presidenziali. Per punti, nel dettaglio, traiamo qualche conclusione da questo doppio turno.

I numeri dicono che il nazionalismo di destra esce pesantemente sconfitto da questo confronto, ma sappiamo bene che invece è ancora vivo e vegeto: Marine Le Pen ha portato il Front National al suo massimo storico e punta ora a rinnovare il partito nel nome e nella missione, probabilmente per completare il processo di normalizzazione delle fazioni sovraniste e puntare a diventare effettivamente la prima forza d’opposizione a quell’establishment che si è confermato forza dominante e ha sfruttato il salvagente del cosiddetto “fronte repubblicano”.

Ma andiamo a spacchettare i dati sulla composizione della Santa Alleanza che ha consegnato la vittoria a Emmanuel Macron. In parte in linea con le previsioni, rispetto alle preferenze di voto del primo turno il leader di En Marche ha attinto pesantemente dagli elettorati di Hamon e Mélenchon, mentre invece chi ha supportato Fillon si è diviso tra Macron (circa la metà), astenuti e lepenisti. I flussi elettorali tra i due turni rilevati da Ipsos France evidenziano comunque come una buona parte degli elettori che hanno scelto Mélenchon e Fillon al primo turno abbiano deciso di astenersi domenica, elemento interessante per comprendere come non sia la voglia di partecipazione a mancare, quanto piuttosto la propensione a scendere a compromessi: se, secondo i sondaggi, il 43% di coloro che hanno votato per Macron lo hanno scelto prevalentemente per fermare l’ascesa di Marine Le Pen, i numeri pongono seri dubbi sulle capacità elettorali di En Marche in prospettiva legislative.

Un altro punto ridimensiona leggermente la vittoria di Macron: i dati sull’affluenza ci dicono che il tasso di astensione è stato il più alto rilevato dal 1969 per delle elezioni presidenziali (senza considerare il record di schede bianche e nulle), alimentato dal fatto che più di metà degli intervistati sui motivi del non-voto hanno dichiarato di non volersi recare alle urne per votare un candidato che rigettavano totalmente o la cui figura non corrispondeva alle proprie idee. Insieme agli studi sui flussi elettorali, prende forma la cartina di tornasole di un Paese attraversato da fratture sociali profonde e radicate che il voto, in questo preciso momento storico, era inevitabilmente destinato ad esporre – e così è stato, sebbene non nella maniera violenta ed esplosiva che alcuni potevano aspettarsi.

Liberato il campo dalle considerazioni sulla composizione del voto e sulle ragioni del partito degli astenuti, non possiamo non osservare come En Marche stia vivendo un momento di grazia che, in vista dell’11 giugno, Macron deve tenere vivo e saper sfruttare. Finora, il presidente 39enne ha giocato molto bene le sue carte: ha compreso che in Francia non vi era alcun movimento partiticamente trasversale in grado di intercettare i malumori degli elettori dei partiti tradizionali e trasformarli in una proposta positiva con forza progressista; si è mosso bene in una campagna elettorale fortunata sotto diversi punti di vista, dagli scandali da cui è stato colpito Fillon al collasso del Parti Socialiste di Hollande e Hamon, per non parlare del fatto che Marine Le Pen non poteva che essere l’avversario perfetto per rinnovare la retorica dello scontro tra forze moderate ed estremismo nazionalista. En Marche ora dovrà essere in grado di trasformare l’ottimo risultato di domenica in forza parlamentare vera e propria, e il compito si preannuncia tutt’altro che semplice: il centrodestra conservatore, messo da parte Fillon, punta ad ottenere quanti più seggi possibile con François Baroin a capo del partito per pesare sulle scelte di governo; Mélenchon, reduce da un gran risultato al primo turno e con una base elettorale abbastanza forte e convinta delle proprie posizioni, è già pronto a dare battaglia; il fronte sovranista di destra, con Marine Le Pen e Dupont-Aignan, riparte da un tesoretto di più di dieci milioni di preferenze probabilmente destinato a ridursi, ma di certo non in maniera così considerevole da risultare inoffensivo nel giro di un mese.

La vittoria di Macron dà inizio a una nuova stagione della quinta repubblica in Francia. La maggioranza assoluta in Parlamento, al momento, sembra abbastanza lontana per tutte le formazioni in campo, e quasi sicuramente ci sarà bisogno di una coalizione per sostenere il governo del Presidente neoeletto. Senza molto tempo a disposizione per prendere le misure e adattarsi alla vita all’Eliseo, Macron si trova già a dover fare il massimo per evitare che trenta giorni di campagna si traducano in cinque anni di precarietà politica in Parlamento, compromettendo il programma di riforme con cui ha guadagnato il favore degli elettori e dei partner internazionali. En Marche dovrà continuare a correre: la parte più dura comincia ora.

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