Quasi ogni giorno accade che un cittadino italiano vada in Svizzera per ottenere l’assistenza medica alla morte volontaria. Da anni è così. Le autorità italiane lo sanno, lo sa la politica, lo sanno i media. Lo hanno sempre saputo.

Finché tutto ciò accadeva di nascosto, nessuno ne era troppo disturbato. Neanche i paladini della vita (obbligatoria) si erano mai azzardati a provare interrompere questo flusso clandestino di “esilio della morte”, come giustamente lo definisce Emilio Coveri, di Exit.

Poi sono arrivati Dominique Velati, Fabo e Davide Trentini che, con il nostro aiuto, hanno rotto l’omertà, esigendo pubblicamente ciò che avrebbero potuto più comodamente ottenere in segreto. Invece di sollevare un’ondata di ripulsa, paura e scandalo – come tanti si sarebbero aspettati – hanno incontrato un’opinione pubblica consapevole e pronta a riconoscere la libertà di scegliere come morire.

Il Parlamento, colto di sorpresa, ha finalmente messo all’ordine del giorno almeno il testamento biologico, mentre ancora nessun segnale sulla eutanasia. È bene non farsi illusioni, perché le trappole parlamentari sono sempre tese. E, soprattutto, è bene non perdere di vista il punto centrale: la libertà e responsabilità individuale, al di là della giungla di definizioni collegate al fine-vita.

Su questo, con Mina Welby abbiamo deciso di andare avanti e, dopo Fabo, di autodenunciarci anche per l’aiuto economico e logistico fornito a Davide Trentini. Anche se il Parlamento non dovesse assumersi le proprie responsabilità, le istituzioni saranno comunque tenute a dare una risposta.

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