“Guardate, io a votare ci sono andato. Per capire il perché di quel 41 per cento di astenuti bisognerebbe chiedere a chi è rimasto a casa. Chissà, magari in tanti erano malati proprio nei giorni delle consultazioni…”. Un’epidemia, quindi? “Insomma volete proprio farmi commentare? Ah, voi del Fatto Quotidiano…”. Finge ritrosia, Ugo Sposetti, ma la resistenza dura poco. Lo storico tesoriere dei Ds, che ora sostiene Andrea Orlando, si lascia andare. “No, in effetti è poco credibile che fossero tutti malati il giorno del voto. È più probabile che molte di quelle 449mila persone neppure sapesse di essere stata iscritta al Pd”.

Lei si riferisce al numero totale di iscritti ufficializzati dal Nazareno. I votanti, però, sono stati meno di 267mila. Un dato preoccupante o un fatto fisiologico?
Entrambe le cose, direi. Certo, nel Pci sarebbe stata clamorosa un’affluenza così bassa. Ma quel partito non c’è più e dunque anche nel Pd si sono affermate certe logiche della peggiore politica.

Si spieghi meglio.
In una situazione come quella che vive oggi il Pd, in cui le iscrizioni vengono fatte all’ultimo minuto in vista di un Congresso che è in realtà un votificio, è difficile sostenere che tutti quelli che risultano titolari di una tessera siano consapevoli di essere iscritti.

Il partito trasformato in un tesserificio, dunque?
Le formule giornalistiche dicono poco, in realtà. Alla base, ci sono logiche un po’ più complesse.

Ci aiuta a capirle meglio?
Partiamo da un presupposto. La composizione degli organismi e la scelta dei vari delegati si fa in virtù del numero degli iscritti che ciascun esponente porta in dote al partito. Ma attenzione: non contano gli iscritti effettivi, quelli che poi davvero vanno a votare. Contano gli iscritti sulla carta, quelli virtuali.

Insomma, più è alto il numero di tessere che garantisco, più è alta la mia possibilità di avere incarichi importanti?
Detta in modo semplice, è così. Il peso specifico dei vari esponenti, soprattutto a livello locale, si basa sul numero di tessere e non su quello dei votanti reali. Le logiche territoriali sono fondamentali per spiegare questi dati sulla scarsa affluenza.

E tutto ciò ormai fa parte anche del modello di funzionamento del Pd?
Lo ripeto: il partito in cui la militanza vera contava più delle tessere non c’è più. Però, alla fine della spiegazione, fatemi fare un appello.

Prego.
Io credo, proprio in virtù di tutto ciò, che il valore della candidatura di Orlando stia proprio in questo: nell’essersi opposto a viso aperto a queste dinamiche.

Il risultato nei circoli, però, non è stato esaltante. Si parla di circa il 25% dei voti, a fronte del 68% ottenuto da Renzi.
Al contrario, è stato un trionfo. Nella situazione attuale, era difficile fare di più.

Forse speravate che il ministro della Giustizia risultasse più attrattivo nei confronti dell’ala di sinistra dell’elettorato del Pd, quella vicina agli scissionisti di  Mdp?
Ripeto. È stato un trionfo. E vedrete che alle primarie ci saranno delle belle sorprese. Il risultato finale non è affatto scontato.

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