I lavoratori Telecom ne cantano quattro a politici, manager e banchieri. Direttamente da Sanremo, di cui la Tim è sponsor unico. Un gruppo di dipendenti autoconvocati, sostenuti dalle single sindacali Cgil, autonomi SnaterCub e Clat, si è infatti dato appuntamento sabato 11 febbraio a pochi passi dall’Ariston per protestare contro la disdetta unilaterale del contratto aziendale. “Il clima al lavoro è sempre più teso. I risparmi sono fatti sulla pelle dei lavoratori che chiedono all’azienda un tavolo di confronto e il ritiro della disdetta che inciderà su ferie, permessi e indennità”, dichiara Simone Vivoli, sindacalista della Cub che teme ulteriori ripercussioni sulla forza lavoro (6.1229 dipendenti, 4.638 in meno rispetto al 2015) dalle promesse di risparmi fatte dai vertici Telecom ai mercati per i prossimi tre anni. Nel nuovo piano industriale 2017/2019, l’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha infatti messo in cantiere altri 1,9 miliardi di economie. Una cifra che si aggiunge ai 600 milioni già realizzati nel 2016 agendo su spese di trasferte, immobili, sponsorizzazioni e pubblicità, oltre che sui contratti di fornitura. 

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Ciononostante nel 2016 Telecom continua a perdere colpi sul fronte dei ricavi (-3,5% a 19,036 miliardi) sia a livello domestico che brasiliano. In compenso nell’ultimo trimestre dello scorso anno, la società è riuscita ad invertire la rotta (+0,8% in termini organici) interropendo un trend negativo che durava da 18 mesi. Ma la tenuta di questo risultato dovrà essere testata nei prossimi mesi in vista dell’arrivo, entro fine anno, della nuova rivale Iliad contro cui Cattaneo ha studiato un nuovo brand a basso costo. Per Telecom non sarà facile stabilizzare i risultati. Anche perché il gruppo è gravato da 25,5 miliardi di debiti (in calo da 2,2 miliardi) cumulati dalle passate gestione che negli anni hanno spolpato l’azienda. Inoltre l’azienda, che con la cura Cattaneo ha migliorato la redditività di un miliardo nel 2016, è chiamata ad investire in maniera consistente nella rete a banda ultralarga dove la rivale Enel Open Fiber si è già accaparrata i primi fondi pubblici per le aree a fallimento di mercato. Per non parlare del fatto che i progetti di Fiber Flash, la joint venture creata da Telecom con Fastweb per cablare l’Italia, sono finiti nel mirino dell’Antitrust che teme concentrazione di mercato.

Il risultato è che nonostante gli sforzi dei manager e i sacrifici chiesti ai lavoratori, il futuro dell’azienda resta ancora tutto da scrivere. Senza dimenticare che le prospettive dell’ex monopolista sono legate a doppio filo con la partita che il suo primo azionista, Vivendi, sta giocando con Mediaset. Come suggerisce uno studio di Credit Suisse dello scorso 10 gennaio, l’istruttoria aperta dall’Agcom dopo la decisione di Vivendi di investire massicciamente in Cologno Monzese potrebbe stabilire che i francesi non possono contemporaneamente essere soci di Telecom e di Mediaset. Di conseguenza l’autorità potrebbe imporre a Vivendi la cessione, in toto o in parte, di uno dei due asset. La questione dovrebbe essere chiarita prima della fine di marzo, mese in cui peraltro è prevista anche la prima udienza (il 21) sulla richiesta del maxirisarcimento (fino a 2 miliardi) di Mediaset a Vivendi per il voltafaccia sulla cessione della pay-tv Premium. Una coincidenza temporale che rischia di mettere sotto pressione Vivendi negli ultimi giorni di trattativa per trovare un accordo con Mediaset prima di arrivare in tribunale. Con un effetto indiretto anche sul destino di Telecom che rischia di essere una spina nel fianco anche per i fragili equilibri del governo.

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