“Ovvia, giovanotto, non mi faccia perdere tempo con un giornale che ancora non esce!”: Amintore Fanfani, con le sue maniere “schiette e sbrigative”, liquida così Giovanni Valentini che vuole intervistarlo per uno dei 15 numeri zero di Repubblica. E’ solo un aneddoto, ma mostra la serietà – e ingenuità – del giovane giornalista inviato da Eugenio Scalfari a incontrare l’ex presidente del Senato, e dice che La Repubblica tradita di Valentini, edito da Paper First, non è solo la storia della maxi-fusione “Stampubblica” e dei conflitti di interessi. E’ il racconto di una vita professionale, di un innamoramento e di una delusione: il tradimento di cui parla il libro, alla fine, l’avverte anche il lettore: la mega-concentrazione tra Repubblica e La Stampa “restringe il diritto all’informazione” (p. 134). Siamo alla mutazione genetica del quotidiano di Largo Fochetti: “Dall’editore puro a un gruppo di potere economico e finanziario.”

icona-shop-500x600E’ un bel titolo La Repubblica tradita. Valentini, innamorato deluso, parla del suo giornale col pathos e la competenza che pochi mostrano su questo tema. “Quel sant’uomo di mio padre – racconta – aveva tentato in tutti modi di dissuadermi dall’intraprendere questo mestiere”. Ma il virus del giornalismo s’era già impossessato di lui, e così, quando Eugenio chiama, è pronto: “la possibilità di partecipare alla fondazione di Repubblica era un’occasione entusiasmante e irripetibile” (pp. 18-19). Il Nostro apprezza, dalla prima ora, la diversità di Repubblica, l’idea, incarnata da Scalfari e Caracciolo, dell’editore puro (pp. 17-26). “Siamo un progetto aperto” – dice Eugenio – “uno dei pochi quotidiani che non ha interessi diversi da quelli editoriali” (p. 25). Il giovane Valentini annota, prende appunti “sui menabò del giornale”. Oggi scrive deluso: “Chi vuole può confrontare l’identità originaria di Repubblica e l’ircocervo di ‘Stampubblica’: c’è una differenza irrimediabile”. La Repubblica tradita significa, dunque, anzitutto, tradimento delle origini, degli ideali programmatici e fondativi. In nome del Dio denaro. Esecutrice del nuovo “stile padronale” è Mondardini: “Un’esperta tagliatrice di costi e di teste… che punta a ‘risanare’ le testate del gruppo anche a costo di svilire le loro identità” (p. 96). Perché, sia chiaro, si snatura l’identità di Repubblica se – per giustificare la fusione con La Stampa – si racconta delle loro “radici comuni” (p. 13-16): Ezio Mauro “confonde evidentemente i rispettivi alberi genealogici”, osserva Valentini. Storia interessante la sua: è il primo direttore “esterno” dell’Espresso e subisce la rivolta dei “colonnelli” ma alla fine s’impone. Racconta i sette anni in Via Po, poi il ritorno a Repubblica quando De Benedetti gli preferisce, nel 1991, “il più fidato” Rinaldi: l’Ingegnere “mi ha sempre considerato uno scalfariano doc, troppo legato al fondatore e alla storia del giornale per fidarsi della mia obbedienza” (p. 65).

Nell’estate del 2005 accade il fatto più grave prima della nascita di “Stampubblica” (cfr. il “Patto con il diavolo” e “L’Ingegnere impuro” pp. 75-94): “Stentavo a credere che De Benedetti, editore del gruppo L’Espresso, potesse scendere a patti con Berlusconi, allora capo del suo terzo governo.” Pecunia non olet. L’alleanza immorale, come venne definita, suscitò la forte reazione di giornalisti e lettori. L’Ingegnere fece marcia indietro poi intervenne Scalfari e chiuse la questione: “Carlo De Benedetti non aveva valutato a fondo l’ampiezza del disagio…”. Aggiunse: “Purtroppo la libertà di stampa è un bene a rischio. Su di essa non ci si può addormentare” (p. 79). Valentini ritiene, giustamente, che oggi corriamo lo stesso rischio: “innescato all’operazione ‘Stampubblica’: “una mega-concentrazione, una vera minaccia per il pluralismo dell’informazione e per la libera concorrenza”. Quanto accadde dieci anni fa – scrive – “a ripensarci, fu il primo maldestro tentativo di ‘tradimento’ perpetrato dall’Ingegnere a danno di Repubblica, del gruppo L’Espresso e di tutti noi” (p. 81).

Libro scomodo. Valentini testimonia e denuncia. E, tra mille vicende (la “licenza Omnitel”, eccetera, pp. 86-88), arriva a De Benedetti-Renzi: l’appoggio iniziale, le ambiguità, l’aut aut finale: “L’Italicum cambi o voterò No”. Siamo a oggi, al Referendum, al bisogno di riposizionarsi. Ai passaggi stringenti sull’“affronto al fondatore” ignorato nella nomina di Mario Calabresi a direttore di Repubblica. Dopo “l’ira di Barbapapà” (pp. 106-109: “Annunciai a Eugenio la decisione di lasciare Repubblica.” Rispose: “Capisco, hai perfettamente ragione. Penso di fare altrettanto anch’io.” Su ciò vedi anche il mio “L’irritazione di Scalfari viene da lontano”, il Fatto, 3-12-2015), dopo l’ira di Barbapapà la situazione si normalizza, il direttore filo-renziano s’insedia al comando e l’operazione “Stampubblica” passa come cosa giusta e democratica (pp. 117-126). Non è così: “per la sua dimensione e per la sua portata – avverte Valentini – rappresenta invece una minaccia per l’intero sistema mediatico e quindi per il futuro della nostra vita democratica.” Che ne è oggi della Carta dei valori (libertà, giustizia, pluralismo…) tracciata da Scalfari? Quel sant’uomo di mio padre non voleva che intraprendessi questo mestiere – dice il Nostro– ma “avevo il gusto della scrittura” e “un certo spirito critico che a volte mi è costato caro”. A volte mi è costato caro. E’ il prezzo della coerenza, caro Valentini.

Grazie di aver scritto questo libro. Lucido. Appassionato. Tutte le persone che amano il pluralismo e la libertà d’informazione dovrebbero leggerlo.

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