“Come è possibile che alcuni uomini non si rendano conto di quanto è terribile e diffusa la violenza sessista, a cominciare dalle parole che si usano e dalle battute ‘divertenti’, nei social come nella vita reale, e di come in molti siano conniventi quando la incrementano minimizzandola?” L’amica blogger Nadia Somma fa questa domanda durante una conversazione, e nella mente rimbalza la parola ‘ignoranza’.

Tempo fa avevo letto il concetto di ‘ignoranza emotiva’ per definire la condizione di quella considerevole fetta di uomini educati a ridimensionare, se non a considerare estranee dalla loro maschilità, i sentimenti, le emozioni e l’empatia. Non solo verso le donne, ma in generale, verso il mondo. Uomini interconnessi, contemporanei e tecnologici, ma primitivi e ferini nella sfera relazionale. Capaci di motivare i ‘raptus’ stupratori e il femminicidio ricorrendo al concetto di ‘istinto’, descrivendo la virilità come uno status che può andare fuori controllo: ”Lei ti fa infuriare, non ci vedi più e partono le sberle”, come detto nella felice sintesi del bel video della campagna di Intervita ‘Servono altri uomini’.

Ecco: la lotta contro l’ignoranza è davvero uno dei concetti più importanti nella battaglia contro la violenza di genere.

L’esperienza forte, (e fisica), dell’ignoranza letterale, quella dell’analfabetismo, l’ho fatta quando sono andata per la prima volta in un campo rom, a Genova, una quindicina di anni fa. Fui l’unica tra le madri dell’allora scuola elementare frequentata dal mio figlio più grande, a conoscere di persona le madri di alcuni suoi compagni e compagne di classe appartenenti alla comunità Sinti del campo del mio quartiere. Erano donne tutte molto più giovani di me, tutte analfabete, come mi disse la mediatrice culturale che mi aveva accompagnata lì. Non avevo mai conosciuto nessuno che non sapesse né leggere né scrivere, perché nemmeno le donne e gli uomini anziani della mia famiglia d’origine, contadini poveri dell’entroterra ligure, lo erano.

Le elementari, nel piccolo paese sulle alture della Valfontanabuona dove sono cresciuta, erano tutte insieme nell’unica stanza di una costruzione fatiscente, ma comunque c’erano; nonna, nonno e zie, pur avendo come fonte prioritaria di lettura l’allora assai pittoresca versione di Famiglia Cristiana sapevano leggere, scrivere e fare di conto, come si diceva una volta.

Nei primi anni del nuovo secolo, in Italia, in una grande città del nord l’incontro con donne giovani sprovviste di strumenti culturali di base come la lettura o la scrittura è stato uno shock. Ho provato, senza riuscirci, a immaginare la mia vita priva della possibilità di leggere e scrivere, due attività che diamo per scontate nella nostra quotidianità. E’ infatti anche, (e soprattutto), attraverso la lettura e la scrittura che l’umanità diverge dal resto degli esseri viventi: ciò che chiamiamo “cultura” è apprendimento di quanto altri umani producono scrivendo e scambiando sapere, emozione, senso critico.

La premio Nobel, avvocata e femminista Shirin Ebadi si è chiesta come possa una donna che non ha fatto esperienza per sé della libertà passarla alle figlie che partorisce, e questo è tanto più vero quanto poco, o nulla, quella donna ha a disposizione dal punto di vista culturale. Alla base della libertà di un essere umano ci sono i diritti universali, che sono impossibili da ottenere se non si sa leggere e scrivere.

Mi chiedo se la lotta contro la violenza alle donne, il sessismo, l’omofobia e ogni forma di odio non debba essere combattuta considerando una priorità la lotta contro la forma occulta e pericolosa di analfabetismo, quello che genera l’ignoranza emotiva di molti uomini, del quale la nostra cultura è imbevuto quando si tratta di educazione al rispetto tra i generi. Qui non si tratta più di saper leggere e scrivere: qui si tratta di alfabetizzare alle emozioni, all’empatia, alla relazione e al rispetto. Una lotta non meno dura come quella che si è fatta, e che ancora si deve fare, per dare a ogni essere umano gli strumenti per uscire dall’analfabetismo materiale.

Me ne convinco sempre di più quando giro l’Italia per incontrare gli uomini, (e chi li invita a far parte dell’esperienza), che partecipano a ‘Manutenzioni-Uomini a nudo‘ laboratorio di teatro sociale per uomini contro la violenza di genere. Credo che non ringrazierò mai abbastanza Ivano Malcotti, l’autore teatrale tra i primissimi lettori del libro ‘Uomini che odiano amano le donne‘ dal quale la piece è tratta, per avermi suggerito di lavorare con lui alla scelta delle frasi più significative tre le 1800 arrivate in risposta a sei domande sulla sessualità.

Negli ultimi tre anni ho conosciuto 200 uomini che hanno accettato di salire sul palco leggendo, (spesso imparando a memoria), frasi di altri uomini sulla sessualità, la violenza, la virilità, la pornografia, creando un mosaico emozionale mai visto e ascoltato prima. Un antidoto all’ignoranza emotiva fatta di parole maschili condivise nello spazio pubblico, che, per citare Carla Lonzi, è già politica.

E per celebrare questi tre anni ecco alcune delle frasi che compongono l’abbecedario emotivo di ‘Manutenzioni-Uomini a nudo’:

“A volte mi accorgo di vivere in un mondo in cui sembra che il sesso sia la cosa più importante che ci sia. È come avere l’impressione che il sesso sia ovunque: è in rete, è in tv, è in discoteca, per le strade, è nei cartelloni pubblicitari. E poi devi essere un vero maschione… superdotato, superpalestrato, sempre brillante, sempre al 100% e devi aver fatto sesso con molte donne perché altrimenti non vali una mazza. Forse sto divagando! Però il messaggio che mi piacerebbe passare è che il mio desiderio è calato vertiginosamente quando ho avuto la percezione che, per essere normale, dovessi diventare un superman”.
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“Cosa provo quando leggo di uomini che violentano le donne? Provo compassione. Per l’uomo, che ha un evidente bisogno d’amore e nessuna consapevolezza di ciò, e per la donna, perché è vittima di un’aggressione che le cambierà la vita”.
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“Ricordo che rimasi impressionato dalla notizia di quella ragazza, che viveva nel meridione e fu violentata e uccisa da un branco.
Forse anche io sono un violentatore ma non ho mai capito, come un uomo, che sta di fronte ad una donna spaventata, atterrita, magari piangente, che sta supplicando per la propria salvaguardia, sicuramente dall’aspetto sconvolto, con gli abiti sgualciti dall’atto predatorio,… come un uomo possa avere un’erezione”.

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