Una volta chiesero a Matteo Salvini: lei è fascista? “Discutere di questo è il passato – rispose il capo della Lega – Il fascismo e il comunismo li studio sui libri di storia”. A Beppe Grillo fecero la domanda: lei è antifascista o no? “Questo è un problema che non mi compete, questo è un movimento ecumenico: se un ragazzo di Casa Pound volesse entrare nel Movimento Cinque Stelle e ha i requisiti, ci entra”. A Silvio Berlusconi, quando era presidente, domandarono: si dichiarerebbe antifascista? “Io penso solo a lavorare per risolvere i problemi degli italiani”. L’allora segretario del Pd Dario Franceschini si arrabbiò molto. Al capo del governo Matteo Renzi, non l’hanno mai chiesto. Ma se nella politica di tutti i giorni è accusato di fare l’occhiolino a chi è lontano dalla “tradizione”, in questi anni ha sempre fatto sua la narrazione del 25 aprile. Lo scorso anno è andato a Monte Sole, cantando Bella Ciao insieme ai bambini e si è inginocchiato davanti al sacrario di Marzabotto. Due anni fa accennò il canto dei partigiani su twitter: “Un grazie ai ribelli di allora. Scorrono i loro nomi: Silvano, Eda, Giorgio, Liliana, Elia e tanti altri. Viva l’Italia libera #unamattina”. Tre anni fa, anzi, si schierava contro chi voleva fare diventare i morti “tutti uguali”, partigiani e repubblichini: “Per tutti i morti c’è sempre il rispetto e pietas, ma si moriva per una parte giusta e una sbagliata e la parte giusta ha salvato l’Italia”.

Lo scontro tra l’Anpi e l’Unità
Ma questo sarà forse l’ultimo 25 aprile in cui si sorrideranno insieme l’Associazione dei partigiani, garante della memoria di chi combatté per la libertà, e il Pd, unione degli eredi comunisti, cattolici e (in minima parte) liberali e socialisti che costituirono la parte più imponente delle truppe popolari che lottarono contro i fascisti e cacciarono l’esercito al servizio del regime nazista. E’ appena iniziata la campagna che porterà al referendum che dovrà confermare o meno la riforma della Costituzione. E l’ala renziana del Pd vorrebbe che i partigiani non entrassero nel dibattito: cioè non facessero quello che hanno fatto per tutta la vita, cioè prendere parte, per giunta sulla Costituzione.

E infatti il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia intervistato qualche settimana fa dal Fatto aveva spiegato: “Se vince il Sì i rischi sono notevoli, nel senso che si consolida un sistema di potere che non tiene conto che noi abbiamo una Costituzione repubblicana, democratica e antifascista”. Anzi: “In trincea bisogna esserci sempre, lo siamo stati nel ‘53 contro la legge truffa e nel ‘60 quando decisero di fare un governo con i fascisti. La mia idea è che bisogna essere sempre vigili, la democrazia non va mai a riposo”. E se ne frega se dalla stessa parte ci sono anche Brunetta o Salvini: “Nella Resistenza ci sono stati anche i monarchici, e in uno degli articoli più amati, l’articolo 11, il termine ripudia (la guerra, ndr) fu voluto dal rappresentante dell’Uomo Qualunque, al posto del più morbido ‘rifiuta’”. Per i paradossi dei tempi di oggi all’avvocato ex combattente Smuraglia, risponde (male) Fabrizio Rondolino: “Scomodare la Resistenza, l’antifascismo, i partigiani per criticare la riforma del Senato è prima di tutto, un insulto alla Resistenza, all’antifascismo, ai partigiani”. Rondolino ha anche rifiutato di dare la patente di “educazione civica da scuola media” al presidente dei partigiani: “Sarebbe sonoramente bocciato”. Il rovesciamento definitivo di tutto un mondo è che Rondolino lo ha scritto sulle pagine dell’Unità, dove lavora come editorialista. E il direttore Erasmo D’Angelis non ha detto una parola. “Abbiamo atteso – ha scritto l’Anpi giorni dopo – una qualsiasi dichiarazione dell’Unità, che chiarisse se si era trattato di un articolo sciagurato, scappato dalla penna di un giornalista, oppure di una posizione condivisa dal giornale”. “C’è un tentativo di delegittimazione – si è chiesta l’associazione – in relazione alle recenti posizioni assunte in tema referendario, se non addirittura un tentativo di alzare il tono della polemica e della discussione sulle Riforme, trascinandole ad un livello peraltro assai basso?”.

Consigliere Pd in Emilia: “Perché i partigiani intervengono? E’ come l’Avis”
Ma il duello entra nella pelle della base di Pd e Anpi, il cui tessuto sociale finora si è sempre sovrapposto. Basta capire cosa succede nelle due Regioni considerate più rosse, Emilia Romagna e Toscana. Nel Partito democratico, per esempio, c’è chi difende il referendum e critica l’Anpi, al modo di Giuseppe Paruolo, consigliere regionale a Bologna: “E’ un’occasione importante innovare il sistema istituzionale. È la migliore riforma possibile a partire dal Parlamento che abbiamo, dove, per uscire dalle secche, la maggioranza deve collaborare con altre forze politiche. Trovo singolare che l’Anpi si esprima su una questione simile, è come se un’associazione di donatori di sangue assumesse una posizione partitica”. Più critico verso Renzi è Paolo Trande, capogruppo Pd a Modena, in particolare sulla personalizzazione che il premier-segretario ha dato alla consultazione sulle riforme: “Così facendo, Renzi ha spostato l’attenzione sulla politica e non sul merito delle riforme”.

Il Pd in Toscana: “I partigiani restino autonomi dai partiti”
In Toscana la sfida al Pd è lanciata dall’Anpi, ma anche da un’altra associazione che storicamente si muove da sempre al fianco del principale partito di centrosinistra, l’Arci. Così uno dei primi a polemizzare a distanza è stato il segretario regionale democratico, il deputato Dario Parrini: “Che c’entrano le finalità istituzionali di Anpi e Arci, a cui mi onoro di essere iscritto, con il referendum? Queste associazioni devono restare autonome dai partiti”. Qualche mal di pancia c’è anche all’interno delle stesse associazioni: alcuni esponenti locali preferirebbero una linea “neutrale”. Secondo il renziano le due associazioni dovrebbero “continuare a portare avanti obiettivi naturalmente unificanti come la difesa dei valori antifascisti e del ruolo sociale e culturale dei circoli” senza diventare “lo strumento della lotta di uno o più partiti contro un altro partito”.

I partigiani emiliani: “Il governo ha imposto la riforma”
Prova a rimettere a posto le cose Anna Parigi, dell’Anpi di Reggio Emilia: “Non siamo contro ogni riforma in generale – dice – ma crediamo si debba seguire un iter corretto. Stiamo parlando della Costituzione, il pilastro della democrazia del nostro paese”. “Che sia il governo a proporre una riforma costituzionale, imponendola, come è stato fatto, al Parlamento, è già di per sé una lesione alla democrazia. E soprattutto, non può Renzi dichiarare che se il no dovesse vincere lui è pronto a dimettersi: questo non è un voto su di lui, stiamo parlando di mettere le mani sul testo fondamentale di questo Stato. In discussione c’è più di un terzo della Costituzione” aggiunge il presidente dei partigiani di Ferrara, Daniele Civolani. “E’ un plebiscito inaccettabile – conferma Silvia Zoli, dell’Anpi di Rimini – A Roma stanno tentando di improvvisare un percorso che invece dovrebbe richiedere tempo e attenzione, perché, al di là delle dichiarazioni fatte per tentare di parlare alla pancia di qualche elettore, sul tavolo ci sono riforme che modificheranno i doveri e i diritti di tutti noi cittadini”. A Fanano, in provincia di Modena, sulle montagne dove combatterono i partigiani, tra gli iscritti all’Anpi che solitamente votano per il Pd, c’è delusione, come racconta Giuliano Zamaglia. “Quella che dovrebbe essere la sinistra al governo sta prendendo una direzione che non ha precedenti negli ultimi 70 anni”.

di Diego Pretini, Annalisa Dall’Oca e David Evangelisti

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