La vita vera, prima e sempre: perché se non vivi non hai niente da scrivere. Le redazioni come una casa: luoghi sacri da disertare e prendere a ceffoni quanto basta. Diffidare dei giornalisti e dei pavidi. Amare le parole, pesarle sempre una a una. I punti esclamativi, mai. Togliere il fiato a chi ti ascolta o legge: gli attacchi di un articolo devono farti volare, se arrivi in fondo senza respirare va bene e succederà poche volte. Il libeccio che porta via le nuvole e che non ha niente a che fare con la mia nebbia. Le regole, odiarle sempre e rispettarle solo a volte. Andare in una direzione che non è né ostinata né contraria, ma è la nostra. La testa che è un disco volante e che incasina sempre le frasi: darle ordine perché chi decide siamo noi. Le passeggiate, le telefonate, i caffè: senza motivo, per ricordare che si esiste. Il rispetto degli altri perché lottano come noi e non sanno bene dove sbattere la testa. Morire e rinascere diversi, spesso. Sognare nel mezzo. Non scappare, mai. Perché la vita si respira una volta e domani non sappiamo dove andremo. “Puntare all’orizzonte e cercare di sollevarlo con un piede di porco”.

Era questo che volevi dirci? Non so se ti ho capito, so che ho cercato di stare al tuo passo e che molto spesso non ce l’ho fatta. Emiliano Liuzzi è una cosa che non ve la sappiamo spiegare: ti sceglie nel mucchio, ti chiede “vuoi fare la giornalista?” e poi sono cazzi tuoi. Io sono stata pescata mentre ancora girovagavo per le strade di Parigi e scrivevo pezzi sgangherati per il fatto.it. Mi ha detto: “Se vuoi torna”. Era una provocazione, ma l’ho capito molto dopo. E’ iniziata lì la sfida a chi aveva la testa più dura e io ho perso molte volte. La gavetta per come ce l’ha in testa Liuzzi è una gara di sopravvivenza. Chiedetelo a gente come Giulia Zaccariello, David Marceddu, Annalisa Dall’Oca, Silvia Bia o Diego Pretini. Il no non è una risposta, i servizi non si rifiutano mai salvo per la morte e tutti i pezzi si possono scrivere, la differenza sta solo nel come.

Ti ho chiamato in lacrime da Parigi mentre nella mia stanza d’albergo cercavo di iniziare un pezzo sulla mia amica morta negli attentati. Mi hai detto: “Fa schifo, è il tuo lavoro. Adesso basta, siediti e scrivi”. Avevo bisogno solo di quello. Ci proviamo ogni giorno a diventare come te, respirare le tue intuizioni, avere le stesse rughe. Un giorno diluviava a Ferrara durante un comizio di Grillo, era il 2013 e lui aveva smesso di parlare ai giornalisti. Mi hai detto: chiedigli di De André. De André? Al capo politico del Movimento 5 stelle? Sotto la pioggia? Grillo si è fermato commosso, ci ha guardato negli occhi e poi ha risposto a tutte le domande. Bastava trattarlo da uomo.

Il contratto dei sogni l’ho avuto perché tu ci hai messo la faccia e per questo non hai mai smesso di controllarmi a distanza. Le chance vanno guadagnate, ma soprattutto mantenute. Una volta hai sbirciato una riunione di redazione in streaming, devo aver sbadigliato o preso in mano il cellulare una volta di troppo. Mi hai scritto: “La noia mai. Piantala o chiamo Gomez”. Di solito era questione di minuti: pubblicavo un mio pezzo e poi arrivava un tuo messaggio. “Non ho capito di che colore erano le pareti della stanza e le facce della gente”. Il “va bene” era una festa. Mi chiedevi sempre: “Ma per chi stai scrivendo?”. C’è qualcuno che ci legge, me lo dimentico sempre. E poi le cagate che sono gravi, ma che bisogna sempre superare. Le cazziate, tante e giuste. Ti sei preso la colpa per me una sola volta: un refuso stupidissimo per cui, però, mi ha riso dietro mezza Italia. Mi sono arrabbiata: perché quello sì e le altre volte no? “Perché era troppo divertente”.

Ultimamente mi sono guadagnata un “sono orgoglioso come un fratello maggiore”: ti ho risposto che al massimo “come un padre” e tu ti sei incazzato perché all’improvviso ti sei sentito vecchio. Sei un vecchio Emiliano perché non credi alle canzoni: non fai che ascoltare la musica, ma poi quando come una quindicenne giustifico le mie azioni con una strofa mi ridi dietro. Prendi “Autogrill” di Guccini: per me è una bellissima storia d’amore ispirata a un fatto realmente esistito, tu hai intervistato Guccini e gliel’hai fatto dire per forza che “era tutta un’invenzione”. Non ci siamo parlati per almeno due giorni.

Ti piace mandare email contorte. Vuoi che ti rispondiamo a ogni ora del giorno e della notte. Come quella volta nel 2013 che mi hai scritto: “Un appunto per il mio coccodrillo, mettilo. Non in attacco, ma da qualche parte, a galleggiare verso la metà: ‘Aveva la repulsione verso tutto quello che era il gioco furbesco della società. ma più di ogni altra cosa fu la sua follia a tenere lontani gli spettatori che avrebbero voluto passargli accanto'”. Ti ho risposto infastidita: “Non si capisce niente e poi i coccodrilli non si comandano”.

Abbiamo pianto insieme qualche giorno fa Gianmaria Testa. Mi hai scritto un messaggio: “Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica”. Diciamola così. Spero che chiunque abbia voglia di fare questo mestiere maledetto possa avere un fratello maggiore come te. Io da oggi non ho più nessuno a guardarmi le spalle.

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