Va dato atto a Michele Emiliano, dirigente del Pd e governatore della Puglia, di aver messo il dito nella piaga. Il vero problema posto dal referendum sulle trivelle è quello della politica energetica, ovvero dell’assenza della stessa (come di molte altre politiche degne di questo nome) da parte del governo Renzi, che campa alla giornata, fa il gioco delle tre carte e recepisce esclusivamente gli input provenienti dal potere economico. Rispetto a una linea di condotta, estremamente deplorevole, come questa, i referendum suonano evidentemente come un richiamo preciso alla responsabilità politica cui si vuole in ogni modo sfuggire e vengono quindi avversati. Ma Emiliano, che presenta la rarissima qualità di essere insieme un dirigente del Pd e una persona di indubbia popolarità e rettitudine, va oltre, affermando che nel nostro Paese “la democrazia è in pericolo”.

Verso il 17 aprile  - Dagli striscioni sulle  scogliere alle  manifestazioni di piazza:  la mobilitazione per il  referendum   sulle trivelle  - Ansa

Risulta peraltro del tutto evidente l’incapacità del governo e del gruppo dirigente del Pd di entrare nel merito del quesito posto dal referendum antitrivelle. Il suo senso è estremamente chiaro: non rendere di durata imprevedibile (ovvero legate all’esaurimento dei giacimenti) le autorizzazioni e concessioni legate allo sfruttamento degli idrocarburi (sia petrolio che gas) presenti nei nostri mari. Rendere invece coerente tutto il sistema con l’obiettivo della legge approvata in materia che punta ad eliminare completamente i pozzi situati entro 12 miglia dalla costa dati gli effetti pregiudizievoli degli stessi sull’ambiente e sull’ecosistema. L’irragionevole deroga che si vuole, almeno in parte, levare di mezzo con il referendum del 17 aprile, è stata introdotta con la precisa intenzione di favorire le multinazionali e le altre aziende beneficiarie della stessa, le quali applicano la medesima logica che sta portando ovunque a ramengo ambiente ed ecosistema, una logica predatoria che non tiene per nulla in considerazione gli interessi delle economie e delle popolazioni locali.

Balle clamorose sono state pronunciate in questi giorni dai settori della classe politica, saldamente incistati nel governo nazionale e nei suoi paraggi, che sono maggiormente sensibili a interessi e diktat di tali predatori. La prima è che con il referendum si colpirebbe, nientedimeno, l’autonomia energetica nazionale. La seconda che si darebbe un colpo grave ai livelli occupazionali. Quanto al primo, solo una piccola percentuale (dal 7 al 10%) degli idrocarburi estratti va allo Stato, il resto appartiene alle imprese che ci fanno quello che vogliono; quanto al secondo, le concessioni in essere scadranno nella maggior parte dei casi fra molti anni e quindi ci sono tutti i tempi per trovare soluzioni alternative. Peraltro, aggiungo io, i pochi posti di lavoro in gioco non possono essere un alibi per continuare a perpetuare modelli di sviluppo insostenibili. Molto maggiore l’apporto in termini occupazionali che attività come il turismo e la pesca, gravemente colpiti dalla politica delle trivelle, possono dare.

Ovviamente si tratta di bugie facilmente smascherabili come tali. Ecco allora partire il secondo, ben più temibile, livello della controffensiva piddina. Puntare sull’assenteismo “fisiologico” degli elettori e sulla scarsa informazione in materia per disincentivare l’afflusso alle urne ed evitare il raggiungimento del quorum. In questo senso si adoperano incessantemente e vergognosamente i mezzi di informazione “pubblica” asserviti al governo. Un noto giornalista televisivo ha affermato addirittura che interessate dal voto siano solo “alcune Regioni”. Sebbene il livello di ignoranza sia mediamente piuttosto alto, non si può credere che tale bufala sia stata messa in circolazione solo per sbaglio. Si deve quindi ritenere l’esistenza di una precisa strategia di disinformazione direttamente ispirata da Palazzo Chigi. I recenti dati diffusi dall’Agcom parlano chiaro: uno spazio assolutamente irrisorio dedicato a una fondamentale scadenza democratica.

Lo spregio della volontà e della dignità degli elettori è aperto e scandaloso. Non è del resto un caso che, mentre diffonde balle e cerca in ogni modo di impedire il raggiungimento del quorum il 17 aprile, questa maggioranza, arricchita da pregiudicati come Verdini, si è recentemente dedicata a riscrivere la legge sull’acqua in modo assolutamente contrario ai voti espressi a grande maggioranza dal popolo italiano. L’intento è con ogni evidenza quello di frustrare l’elettorato, dimostrando in ogni modo che la volontà dei cittadini non conta assolutamente nulla e che il governo, ovvero, per suo tramite Unione europea, multinazionali, finanza e poteri forti di ogni genere, fa comunque come gli pare. Quindi Emiliano ha ragione. Ci troviamo di fronte a un grave pericolo per la democrazia. Dovrebbe, sia detto per inciso, trarne ogni conseguenza, abbandonando Renzi & C. al loro destino. Boicottando il funzionamento di un istituto essenziale per la democrazia come il referendum previsto dall’art. 75 della Costituzione repubblicana, questi si rendono colpevoli a ben vedere di una vera e propria eversione antidemocratica. Ma sarà impossibile loro sfuggire al verdetto delle urne in occasione del referendum costituzionale.  È a tale scopo indispensabile che si allarghi e consolidi  il fronte di coloro che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione e sono sempre più consapevoli della necessità di infliggere al disegno autoritario renziano un colpo davvero mortale.

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