Qualche anno fa Olympia di Leni Riefenstahl portava al cinema l’ideologia nazista e la sua estetica della perfezione. Corpi nudi, atletici, potenti, puliti e perfetti e lo fece con un’estetica perfetta. Forte di un “produttore” generoso fino all’inverosimile pur di dimostrare al mondo la superiorità ariana e di una qualità registica quasi unica negli anni ’30, Leni Riefenstahl realizzò un film impeccabile da punto di vista tecnico.

Mentre tutti i più grandi registi del tempo erano concentrati sulle storie e molti artisti, anche artigianalmente, cominciarono a vedere nei film un mezzo espressivo, il Terzo Reich, che già aveva commissionato alla stessa regista un’opera propagandistica come Il trionfo della volontà, raccontava al mondo la propria magnificenza con un documentario sulle Olimpiadi del 1936 tecnicamente ed esteticamente perfetto.

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Se non avete ancora cliccato su un altro link vi starete chiedendo come mai due esperti di comunicazione visiva e dei nuovi media che bazzicano per le scuole scrivono di un bellissimo film vecchio più di 80 anni. Non vi preoccupate, se vostro figlio capiterà in un nostro laboratorio non vedrà Olympia (troppo lungo) ma non vedrà nemmeno Pasolini (ahiloro!).

Ma dove vogliamo andare a parare? Gli Oscar 2016 sono dietro l’angolo e vorremmo ribadire un concetto che ci è caro e, allo scopo, ripeschiamo l’ormai vecchia diatriba Muccino-Pasolini. La polemica non ha visto vincitori (tranne un iscritto in meno a Facebook) e la discussione, purtroppo, non si è elevata, anzi è rimasta lì affossata dagli insulti rivolti al regista (Muccino).

Invece noi la ricordiamo perché ci torna utile quale ottimo spunto per confrontare due modi di fare cinema (non gli unici, sia chiaro) e, in generale, due modi di approcciare il processo creativo. Muccino ha provato ad innestare le sue opere nel solco di Olympia. Pasolini no. L’idea di cinema che esprime Muccino, regista italiano che ha ben studiato la lezione hollywoodiana, è squilibrata a favore della bellezza estetica. Di contro, il racconto, l’umanità, la filosofia intorno ai quali Pasolini faceva i suoi film erano dominanti rispetto all’estetica del prodotto. Ecco, forse la parola chiave è proprio “prodotto”. Muccino e la sua Hollywood devono “vendere” qualcosa, Pasolini creava qualcosa.

Il processo creativo contempla l’errore, come elemento negativo e come elemento positivo dal quale possono scaturire nuove cose (non a caso alcuni effetti speciali li ha inventati Georges Méliès per rimediare ad un difetto della sua cinepresa). La logica hollywoodiana e quindi di Muccino non prevede l’errore. Per questo nella querelle ci schieriamo chiaramente: Muccino fa il suo mestiere e Pasolini fa(ceva) l’artista. Due scelte rispettabili, ma insegnare ai ragazzi ad affrontare l’errore, gestirlo e magari trasformarlo in qualcosa di buono, è, a nostro avviso, molto più divertente (oltre che educativo).

Infine, anche nel nostro piccolo siamo tormentati da un atroce dubbio: a Di Caprio stavolta lo daranno o no quest’Oscar?

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