Una sponsorizzazione da 5 milioni di dollari alla Federazione mondiale di atletica (Iaaf) potrebbe aver influito sull’assegnazione delle Olimpiadi del 2020. L’ombra di presunti favori si allunga quindi sui Giochi nipponici, ennesima motivo di imbarazzo per il governo di Shinzo Abe dopo le polemiche sul progetto del nuovo stadio affidato alla britannica Zaha Hadid e per la decisione, forzata, di ritirare il logo disegnato da Kenjiro Sano per un caso di plagio. E dire che l’appuntamento, quando il Comitato olimpico internazionale (Cio) diede l’annuncio a settembre di 2013, fu accolto come un simbolo della volontà di ritrovare crescita economica e orgoglio nazionale, perni del governo a guida liberal-democratica.

Tokyo 2020 viene invece ora accostata “al più grande scandalo sportivo degli anni Duemila”. I sospetti emergono dal dossier di Dick Pound, capo della Commissione indipendente dell’Agenzia mondiale anti-doping (Wada) che cerca di far luce sull’intreccio tra uso di sostanze illecite e corruzione – al vertice della Federazione russa e di quella internazionale – per coprire casi di positività tra gli atleti.

Secondo i documenti di Pound, l’ex presidente della Iaaf Lamine Diack sarebbe stato pronto a mettere in vendita il proprio voto per l’assegnazione dell’Olimpiade 2020 in cambio di sponsorizzazioni di manifestazioni riconducibili alla federazione di cui era a capo. Il dossier della commissione Pound cita la trascrizione di una conversazione tra un funzionario turco e Khalil Diack, figlio dell’ex numero uno Iaaf. Istanbul, riporta il dossier, perse il sostegno di Lamine Diack per non aver pagato finanziamenti alla Diamond League, organizzata dalla federazione internazionale. Al contrario, i giapponesi avrebbero acconsentito a versare la somma, che si aggirerebbe intorno ai 4 o 5 milioni di dollari.

I Giochi del 2020, come è noto, furono assegnati a Tokyo. Nel 2013, la capitale nipponica prevalse sulla sfidante Istanbul con ampio margine, per 60 voti contro 36, mentre al primo turno era sta eliminata Madrid. Quanto accaduto “va oltre la nostra capacità di comprensione”, ripete il comitato organizzatore, ribadendo che l’assegnazione fu merito della qualità della candidatura. Il Cio intende comunque vederci chiaro e chiede di acquisire le trascrizioni per capire il contesto in cui le dichiarazioni di Diack figlio e del funzionario turco furono fatte.

Intanto non sembrano placarsi le polemiche attorno allo stadio olimpico. Il progetto, affidato alla designer britannico-irachena, è stato cancellato per ragioni di costi – lievitati di quasi 2 miliardi di euro- e difficoltà nella realizzazione. A mesi di distanza Zaha Hadid rinfaccia tuttavia al Japan Sports Council, organismo legato all’influente ex premier Yoshiro Mori, il continuo rinvio dei pagamenti per il lavoro svolto, chiedendo tra l’altro all’architetto di rinunciare a ogni pretesa di copyright.

Lo studio di Hadid denuncia inoltre somiglianze tra il proprio progetto e il nuovo realizzato dal giapponese Kengo Kuma. “Chiunque guardi i due progetti si accorgerà che sono completamente diversi”, si è difeso il designer nipponico, che attribuisce punti in comune alle condizioni in cui dover sviluppare l’opera. Ma fonti citate dal quotidiano britannico Telegraph sottolineano come il solo fatto che il governo pretenda di godere del copyright dell’originale dimostrerebbe come questo fosse realizzabile nei tempi stabiliti e come in realtà il nuovo stadio si ispiri “molto” a quello pensato da Hadid.

di Andrea Pira

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