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Buon 2016 alle banche. Cioè a tutti noi

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Non è male che gli italiani si siano appassionati di obbligazioni subordinate e sofferenze bancarie. Chi irride alle sciocchezze dispensate sui social network da improvvisati esperti da bar riflette un terrore di casta, il terrore della democrazia. Segnatevi la data del 9 dicembre 2015 e il nome di Luigino D’Angelo: dopo la notizia del suicidio di un uomo che si è sentito truffato dalla sua banca niente sarà più come prima. I fari dell’opinione pubblica si sono accesi sui tabernacoli della finanza, sugli uffici con parquet dove banchieri, dirigenti della Banca d’Italia, della Consob e del ministero dell’Economia hanno finora gestito in totale segretezza la vita economica e i risparmi di tutti gli italiani.

risparmiatori banche 675

Non erano abituati. Non sanno proprio come si fa a rendere conto. Basta una semplice domanda a mandarli nel panico: chi, e in base a quali criteri, ha deciso di svalutare al 17,6 per cento le sofferenze delle quattro banche “salvate” il 22 novembre? Nessuno degli sventurati risponde. A che prezzo due giorni fa il Monte dei Paschi ha venduto il suo pacchetto di crediti inesigibili da 1 miliardo di valore nominale? Segreto di Stato. Eppure saperlo è decisivo ed è un diritto. I banchieri, che per anni si sono coperti a vicenda mentre elargivano finanziamenti generosi agli amici propri e dei politici di riferimento – bruciando il denaro di tutti mentre Bankitalia e Consob si giravano dall’altra parte – siedono sopra una bomba a orologeria da 200 miliardi di crediti inesigibili, le sofferenze. Valgono 84 miliardi, come hanno scritto nei loro bilanci? O solo 34 miliardi come sostengono i gufi di Bruxelles? Alla fine deciderà il mercato finanziario, che niente perdona. Se ha ragione l’Europa siamo fritti.

Per tutto il 2015 sono riusciti a nascondere il problema con parole fumose e la complicità di un giornalismo servile. Nel 2016 la partita si giocherà alla luce del sole. L’augurio è che la casta delle banche si riscatti dalla mediocrità e trovi una via d’uscita. Perché, se va male, il conto lo presenteranno ai lavoratori e ai risparmiatori.

Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2015

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