L’Antitrust? Chieda i soldi ad Alitalia Sai. Firmato Alitalia Cai. Non è uno scioglilingua ma è una querelle surreale, combattuta a colpi di carte bollate, tra l’ex compagnia di bandiera e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, presieduta da Giovanni Pitruzzella. I fatti: in base ad una legge del 2012 le aziende con un fatturato di almeno 50 milioni di euro devono versare all’Antitrust un contributo di mantenimento dell’Autorità oggi fissato allo 0,06 per mille dei loro ricavi. Alitalia Cai si è rifiutata di pagare. La motivazione? L’onere per il 2015 è stato chiesto a Compagnia aerea italiana e non a Società aerea italiana, il nuovo soggetto creato attraverso una cessione di asset da Cai in vista del matrimonio con Ethiad.

MALEDETTO OBBLIGO L’operazione di trasferimento è stata formalizzata un minuto dopo la mezzanotte del 31 dicembre scorso. Da allora è iniziata una storia nuova e dunque nulla è dovuto da Cai per il 2015. La replica dell’Antitrust che rischia, a causa di questo garbuglio, di non incassare un euro né da Cai né da Sai, non si è fatta attendere: al 28 febbraio, data in cui si stabilisce a quali aziende va richiesto il versamento che sono tenute poi a fare a luglio, Compagnia aerea italiana risultava ancora iscritta nel registro delle imprese e aveva il fatturato previsto perché scattasse l’obbligo di legge: quindi deve pagare, salvo poi eventualmente rivalersi su Sai. Per il prossimo anno si vedrà.

CONTO SALATO Ma di che cifra si sta parlando? Circa 200 mila euro che Alitalia avrebbe dovuto versare a luglio preferendo invece rivolgersi al Tar del Lazio che si pronuncerà a febbraio sulla questione. In attesa che il tribunale amministrativo sciolga il dilemma Cai-Sai, altre nubi all’orizzonte si profilano per il contributo che nel 2015 porterà nelle casse dell’Antitrust circa 70 milioni di euro. Il solo finanziamento, va detto, su cui può contare attualmente l’Autorità che, grazie al nuovo regime, non riceve più trasferimenti diretti dallo Stato. Non è un mistero, infatti, che sin dalla prima ora le aziende gravate dal contributo hanno fatto di tutto per cancellare l’obbligo che pesa solo su quelle che superano la soglia prevista dalla legge: un conto annuale che va da un minimo di 3 mila fino ad un massimo di 300 mila euro per quelle più grandi.

SOGLIA FATALE L’ultima in ordine di tempo a tuonare contro ‘l’ennesima vessazione fiscale’ nei confronti delle aziende è stata Confindustria Ceramica intenzionata a percorrere la via legale nella speranza di ottenere una pronuncia di incostituzionalità della norma. Secondo l’associazione confindustriale l’onere dovuto a decorrere dall’anno d’imposta 2013 sarebbe illegittimo proprio perchè grava su una sola fascia di soggetti (le società di capitale con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro) a fronte di un servizio di cui usufruisce tutta la collettività. E non è un caso isolato quello di Confindustria Ceramica. Lo dimostrano i tanti ricorsi presentati  anche da una serie di società di un po’ tutti i settori (acciaierie, aziende del settore energia, grande distribuzione) che avevano pagato l’onere per il 2013 ma avevano poi fatto ricorso al tar per ottenerne il rimborso. Ma sia che si trattasse dell’Ast di Terni, della Marcegaglia spa, della Lucchini, di Edison e di Auchan (solo per citare le aziende più note) o di altre più piccole che contestavano il versamento di contributi di importo vicino al minimale, il Tar ha puntualmente dato loro torto confermando la legittimità della richiesta del versamento.  Che resta però odiatissimo.

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