E così, come aveva promesso, la coalizione di sinistra ha fatto cadere ieri il neonato governo portoghese, votando in Parlamento una mozione di sfiducia con 123 voti a favore.  Il percorso che però ha davanti non sarà una passeggiata. Il primo ostacolo da superare sarà la riluttanza, di dubbia costituzionalità, del presidente Cavaco Silva a consentire la formazione di un governo di sinistra. Soltanto due settimane fa egli si è detto contrario all’ipotesi di un governo di sinistra, al cui interno ci siano forze che contrastano i trattati dell’Unione europea e che vogliono la fuoriuscita dall’euro e dalla Nato.

PORTUGAL-LISBON-GOVERNMENT-OUSTED

La coalizione di sinistra pensa di aggirare l’ostacolo con la proposta di un governo socialista, con Antonio Costa come primo ministro, e con l’appoggio esterno del Bloco de Esquerda e del partito comunista. In questo modo, la soluzione, almeno apparentemente, sembrerebbe a portata di mano per tutti: al presidente verrebbe data la possibilità di non perdere la faccia, dando ai  soli socialisti l’incarico di formare il governo, poiché i partiti “estremisti” resterebbero ufficialmente fuori; i mercati, la Bce e Bruxelles possono fare sonni tranquilli, perché il partito di Costa ha già dato prova di fedeltà ai dogmi dell’austerità, dell’euro e della Nato, sia con i voti del passato sia con le dichiarazioni degli ultimi giorni; il Bloco de Esquerda e il partito comunista si sentirebbero con ‘le mani libere’, potendo contemporaneamente sia appoggiare il governo sia criticarlo.

In realtà, la situazione è decisamente più complicata e l’ipotesi di nuove elezioni non è affatto scongiurata. Il blocco sociale e politico che si riconosce nel centrodestra non sembra intenzionato a rassegnarsi alla sconfitta in Parlamento, e la reazione convulsa del presidente della Repubblica, che esclude a priori la possibilità di un governo delle sinistre, a prescindere dal risultato elettorale o dal voto parlamentare, ne è la prova lampante.

I socialisti, dal loro canto, smaniosi di tornare al governo dopo gli ultimi anni di “esilio”, non si stanno curando troppo della solidità dell’alleanza con i partiti che dovrebbero appoggiare dall’esterno il loro governo. Basta osservare come la mozione di sfiducia di ieri, che secondo i partiti che l’hanno votata esprimeva una “posizione congiunta”, fosse composta da tre documenti diversi, non proprio coincidenti, per intuire che si stanno facendo i conti senza l’oste. Secondo voci di corridoio, l’unico accordo a cui sarebbero giunti finora le sinistre sarebbe l’idea di accordarsi per il futuro (attraverso incontri periodici): un meta-accordo, insomma.

Poi ci sono le sinistre, Bloco de Esquerda e partito comunista, assai diverse tra di loro, che, immemori dell’esperienza greca, si pensano furbe e capaci di giocare su più tavoli, senza mai perdere. Nella migliore delle ipotesi, pensano o sperano ingenuamente che, in qualche modo, con la pazienza, il voto o il buon senso, riusciranno a condizionare o a far ragionare sia il governo socialista di Antonio Costa che i grandi capi di Bruxelles, spingendoli, tutti insieme, ad allentare la presa sull’austerità e sul rigore di bilancio. Un po’ come quando Varoufakis si presentava ai consessi con i rappresentanti del capitale e pensava di poterli inchiodare con la teoria dei giochi, con gli argomenti democratici o, ancora peggio, con il buon senso. Oltre a ciò, le sinistre portoghesi si illudono ora a pensare che la non formale partecipazione al governo li liberi in qualche modo dalle responsabilità politiche e sociali che ne conseguono e, di conseguenza, di riuscire a non bruciare il consenso guadagnato nelle recenti elezioni.

Quel che accadrà lo scopriremo a breve. Nel frattempo, di elezione in elezione, il numero dei disoccupati di lunga durata torna ad aumentare, dopo il picco del 2014, arrivando al 47,7% (circa 618 mila persone), lo stipendio minimo continua ad essere di 505 euro al mese, e il Portogallo è tornato a essere la nazione europea con il maggior numero di emigrati in rapporto alla popolazione (si parla di numeri che superano l’emigrazione degli anni Settanta del secolo scorso).

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