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Il problema di fondo non è tanto la fame tout court, ma la mancanza di cultura, di senso e di obbiettivi, l’abbandono delle persone, la droga, la mancanza di educazione, di famiglie sane (sia tra i poveri che i ricchi), la mancanza di onestà di fondo di tutti. Del tutto inutile fare dei padiglioni fantasmagorici, come anche quello del Brasile, quando milioni di persone vivono in tutto il mondo senza nemmeno sapere cosa stia loro accadendo. E ben pochi governi se ne occupano, mentre spendono miliardi per fare bella figura nelle grandi occasioni.

Un successo, certo, ma proprio non ci siamo. La foto che pubblico qui rappresenta la disperazione a Cracolandia, nei suburbi di Avenida Brasil, a Rio, uno dei posti più terribili e abbandonati del mondo. Uno dei tappeti sotto i quali tentano di nascondere quello che loro chiamano spazzatura umana. Senza contare chi sta un po’ meglio, ma non ha una direzione nella vita, così sopravvivono nel mondo decine di milioni di persone che non hanno accesso nemmeno alla normalità degli affetti familiari, figuriamoci alle biglietterie di un Expo.

Il padiglione del Brasile semmai mi fa venire da piangere, nel mostrarsi come un mostro sensibile di tecnologia agroalimentare, mentre i bambini del paese si gonfiano di patatine e altre schifezze industriali e gli adulti di birra. Una enorme panza dilatata sarebbe stata più onesta. Se poi l’obbiettivo del Brasile è vendere i suoi prodotti, incluso lo champagne, del quale è il massimo produttore mondiale, va bene. Ma un vero successo sarebbe stato comunicare con onestà che ci sono sì grandi produzioni e si tenta di migliorare la qualità di gestione tecnologica, ma occorrerebbe soprattutto varare un gigantesco programma di educazione alimentare che salvi dall’obesità a breve milioni di bambini. Altro che fame, il problema è la consapevolezza. Ma siamo lontani anni luce, poiché la gestione del paese è in gran parte inetta e poi ci sono gli enormi interessi dei produttori agroalimentari e, soprattutto, della Ambev, il colosso produttore di birra di bassa qualità, il maggiore del Sudamerica.

A Expo 2015 non credo che discorsi di questo tipo possano interessare, tanto è vero che ululano il loro successo sulla base di un’unica cosa, i bigliettazzi venduti, senza contare che, per esempio a Shanghai nel 2010 sono stati molti di più. E lasciamo perdere le ore di coda, che possono essere sopportate solo da dei travet che non hanno altro da fare la domenica. Lo so non è impopolare dire una cosa del genere, ma non vedo come possano esserlo ore di tempo buttate via.

Credo che un vero successo si sarebbe potuto valutare solo in termini di consapevolezza sul vero stato del pianeta. Nel frattempo in Tocantins, Brasile ci sono stati, dal 22 ottobre al 1° novembre i Giochi olimpici indigeni, ai quali oltre alle etnie brasiliane, hanno partecipato Argentina, Bolivia, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Etiopia, Filippine, Finlandia, Guatemala, Guyana Francese, Messico, Mongolia, Nicaragua, Nuova Zelanda, Panama, Paraguay, Perù, Russia, Uruguay. Uno spettacolo bestiale di cui nessuno ha parlato in Europa e dove gli indios hanno colto un’ulteriore occasione per protestare contro l’ignoranza e la corruzione che stanno divorando le tradizioni, le popolazioni indigene e la natura del paese.

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