Mentre in Parlamento langue la legge delega sulla riforma del terzo settore, un gruppo di deputati Pd ha depositato un nuovo ddl che punta a diffondere in Italia le benefit corporation. Cioè aziende “for profit” che per statuto devono creare valore non solo per gli azionisti ma anche per la società nel suo complesso. Questa forma giuridica, nata nel 2007 negli Stati Uniti, andrebbe ad affiancarsi alle imprese sociali, che in base alla legge italiana devono produrre o scambiare beni o servizi che abbiano un’intrinseca utilità sociale. Ora il governo Renzi intende cambiarne la regolamentazione e consentire che distribuiscano utili agli azionisti. Ma questo ha già scatenato polemiche tra gli addetti ai lavori e il via libera delle Camere alla delega appare destinato a slittare a fine anno se non oltre. Nel frattempo il segretario della commissione Bilancio di Palazzo Madama Mauro Del Barba e altri colleghi di partito tra cui l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti hanno deciso di procedere in altro modo, prendendo a modello la regolamentazione che negli ultimi cinque anni è stata adottata da 23 Stati Usa. L’Italia, dove già esistono una decina di benefit corporation che hanno ottenuto la certificazione oltreoceano, sarebbe il primo Paese europeo a introdurre una legge ad hoc.

La differenza rispetto all’impresa sociale “all’italiana” è che quest’ultima può operare solo in determinati settori, dall’assistenza sociale all’istruzione alla tutela dei beni culturali. Al contrario le benefit corporation americane non hanno queste limitazioni, tanto che anche grandi gruppi come Patagonia (abbigliamento sportivo) e Ben&Jerry’s (gelato industriale) hanno scelto di registrarsi con questa veste giuridica. Pochi giorni fa anche la piattaforma di crowdfunding Kickstarter ha cambiato forma giuridica per diventarlo. I paletti comunque ci sono anche negli Usa: le b-corp, certificate da un ente non profit indipendente, devono rispettare standard di sostenibilità sociale e ambientale, trasparenza e “accountability”, cioè responsabilità nei confronti della società.

Il disegno di legge depositato al Senato (non ancora calendarizzato) prevede che le “società benefit” siano libere di pagare dividendi, ma debbano anche “perseguire una o più finalità di beneficio comune” e operare “in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse”. In particolare, ha spiegato Del Barba, dovranno “destinare una parte delle proprie risorse gestionali ed economiche al benessere di persone e comunità, alla conservazione e al recupero di beni del patrimonio artistico e archeologico, alla diffusione e al sostegno delle attività culturali e sociali nonché di enti ed associazioni con finalità rivolte alla collettività e al benessere sociale”.

Insieme al bilancio, le benefit corporation italiane in base alla proposta di legge dovranno preparare una relazione in cui descrivono in che modo stanno perseguendo il beneficio indicato nell’oggetto sociale. Obbligatorio allegare una valutazione di impatto preparata sulla base di uno standard sviluppato da un ente terzo che dovrà rendere noti i criteri, l’identità dei propri amministratori e le proprie fonti di entrate, per escludere eventuali conflitti di interesse. I vertici saranno tenuti a bilanciare l’interesse dei soci, il “beneficio comune” e gli interessi della comunità di riferimento, dell’ambiente e degli altri “portatori di interessi” definiti dallo statuto. In caso di inadepimento, scatteranno le sanzioni previste dalle leggi sulla responsabilità degli amministratori. Secondo il ddl a vigilare sull’operato delle aziende per evitare che sfruttino il “marchio” di benefit corporation per ragioni di immagine, senza rispettare i requisiti, sarà l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Che nei casi più gravi può dare multe fino al 3% del fatturato dell’impresa.

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