Il numero dei conflitti nel mondo ha registrato un +9,3% in tre anni: nel 2011 erano 388, lo scorso anno 424. Il commercio di armi, dal 2010 al 2014, è aumentato del 16%: se Usa e Russia sono i maggiori esportatori (con il 58% delle esportazioni globali), India e Arabia Saudita, gli importatori, segnano rispettivamente un +140% e +300% in cinque anni.

Le cifre arrivano dalla Caritas Italiana che, in collaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno, ha pubblicato  il rapporto “Cibo di guerra, il quinto rapporto sui conflitti dimenticati”, edito da Il Mulino e presentato oggi, 11 settembre, a Expo. Il documento è il risultato di un monitoraggio sull’evoluzione dei fenomeni bellici partito nel 1999.

Le crisi violente combattute all’interno di uno Stato nel 2014 sono state 166, quelle interstatali 11; le crisi non violente intrastatali, invece, sono state 62, quelle tra Stati diversi 27. Gli Stati Uniti d’America sono in testa alla classifica delle spese militari con il 36,1%, seguono la Cina con l’8% e l’Arabia Saudita con il 5%. Secondo lo studio chi scappa da una guerra è tendenzialmente un individuo molto giovane: nel 71,9% dei casi non hanno più di 34 anni e solo l’1,4% tra coloro che scappano ne ha più di 65. Secondo una rilevazione a campione su dati Ospoweb, in 50 diocesi, condotta tra ottobre 2014 e marzo 2015, il 20% fugge dalla Libia, il 12,1% dalla Nigeria, il 9,1% dalla Ucraina e il 7,1% dal Gambia.

“Con questo studio riflettiamo sul nostro impegno in un tempo complesso e drammatico per affermare la necessità di una nuova giustizia per gli uomini e le donne e di un nuovo umanesimo” – ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente di Caritas Italiana -. “Il modello di sviluppo che sembrava vincente alla fine dello scorso millennio ha prodotto crescenti differenze tra ricchi e poveri; una corsa all’accaparramento delle risorse e conflitti diffusi”.

Il rapporto della Caritas ha analizzato anche l’uso dei video di guerra nei canali tematici di alcune testate giornalistiche su YoutubeCnn, Al Jazeera, Russia Today e Vice News. L’attenzione ai conflitti in corso nel mondo è “molto forte” nell’informazione veicolata dai social network: il numero di notizie sull’argomento supera in alcuni casi il 50% di tutte le notizie video. Nel corso di una settimana campione, dal 16 al 22 febbraio 2015, sono stati esaminati 428 video per 32,3 ore di filmati, 7 milioni di visualizzazioni e oltre 56 mila commenti. La Cnn nella settimana campione ha trasmesso sulla piattaforma YouTube 205 video, per 8,6 ore totali e oltre 3 milioni di visualizzazioni.

“Nel nuovo scenario liquido dell’informazione – sottolinea il rapporto – si avverte un forte bisogno di contestualizzazione e mediazione giornalistica. L’utente che arriva su YouTube attraverso un social network spesso non si chiede su quale canale è arrivato, qual è la sua agenda politica o da chi è finanziato. Preme play, commenta e condivide senza farsi troppe domande“.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

11 settembre, dopo 14 anni resta segreto report sui finanziatori sauditi dell’attacco

prev
Articolo Successivo

11 settembre, Barack Obama nel giorno dell’anniversario: “14 anni dopo, l’America è più forte che mai”

next