Questo film monologo è stato uno sfogo, uno sfogo politicamente, socialmente e ontologicamente scorretto. Mi piace essere scorretto, mi diverte molto. A volte uccido una mosca per non sentirmi più dire che sono una brava persona che non farebbe male nemmeno a una mosca. Siamo in periodo di zanzare, le schiaccio con criminale estasi ogni notte in piedi sul letto con un quotidiano in mano. Il loro sangue mi appartiene. Sono solo, e più mi sento solo più mi sento stronzo, e me la prendo con i miei simili, con la solitudine, con questo maledetto bisogno d’amore che abita i testicoli e forse anche il cuore.

Quando non ne posso più di questo specchio ardente che mi brucia le viscere leggo la bacheca degli annunci dei cuori solitari, e m’infiammo di sacra rabbia, mi ribolle il cervello, e vomito tutto, anche il cadavere folgorato della mia ironia. Non ho pietà, non voglio avere pietà per chi è solo, e per me stesso, è l’unica forma d’amore che ancora posso donare: un’accorata spietatezza. E quando finalmente al mio risveglio troverò un respiro femminile al mio fianco potrò fare ammenda, chiedere perdono. Potrò tornare a commuovermi, a provare tenerezza anche per queste fottute, maledette zanzare, e mi lascerò succhiare tutto il sangue, fino a farmi prosciugare.

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