La Grecia ha speso ciò che non aveva? Sì.

I governi di Atene hanno fatto bene il proprio lavoro? No.

Il taglio del debito, da solo, risolverebbe i problemi del Paese? No.

Queste tre risposte forse sarebbero utili a mettere un pizzico di ordine nella miriade di ricostruzioni e interpretazioni astruse che molta informazione sciatta sta fornendo, spesso a casaccio, sul caso ellenico che da queste colonne abbiamo invece seguito scrupolosamente sin dal 2010.

Il nodo non è solo il taglio del debito che Tsipras chiede alla troika, perché un attimo dopo quel “regalo” si aprirebbe un nuovo fronte: ovvero come permettere al Paese di produrre qualcosa. Con una metafora, si potrebbe dire che la Grecia è come quella famiglia che per anni ha ordinato ogni giorno il pranzo dalla trattoria sotto casa e che oggi, anche se l’oste volesse abbonare quel mega debito, non sarebbe in grado comunque di cucinare da sola.

Il jolly che Atene dovrebbe giocare è realizzare nuove fabbriche in un Paese pieno zeppo di risorse mai sfruttate (bauxite, argento, oro, miele, tartufo, funghi che fanno gola a molti creditori) e dove si importa di tutto, persino olio e cotone presenti in loco da millenni prima di Cristo. La Grecia, dalla caduta dei Colonnelli in poi, ha vissuto grazie alla politica da prebende di Andreas Papandreou, che un attimo prima di essere eletto con il suo Pasok tuonava: “Fuori dalla Nato, dall’Europa e dalle Alleanze” e il giorno dopo l’elezione invece: “Combatteremo ma dentro la Nato e l’Europa”, mentre nel frattempo consentiva ai braccianti agricoli 40enni di andarsene in pensione.

Un attimo dopo questo scenario da brivido, che oggi trova una macabra sintesi nel maxi debito da 300 miliardi, ecco le iene internazionali fiondarsi nell’Egeo per fare i propri affari. La tedesca Siemens che in occasione delle Olimpiadi del 2004 costate tre volte più del previsto ha fatto il pieno di appalti e che, grazie alle deposizioni dinanzi ai magistrati dell’ex direttore della Difesa ellenica Antonis Kantàs, si è scoperto aver distribuito tangenti a molti politici greci. L’azienda ammise solo in seguito i pagamenti in nero (siamo sui 1,3 miliardi di euro) e i vertici furono costretti al passo indietro: ovvero il presidente Heinrich von Pierer e l’ad Klaus Kleinfeld. E ancora, il business dei fondi europei, le strategie geopolitiche relative agli idrocarburi presenti copiosi nel mare ellenico (400 miliardi solo di gas a Creta) ma che nessuno ha mai sfruttato, i conti truccati dal governo del socialista Kostas Simitis per entrare nell’euro così come un’inchiesta de il Messaggero nel 2004 certificò, gli appalti che ancora oggi vincono poche aziende. L’aeroporto internazionale di Atene è stato costruito dai tedeschi, il ponte du Rio-Antirrio da tedeschi e italiani. Come mai?

E allora, quando il ministro delle finanze Yannis Varoufakis dice che la Grecia è come una mucca che, anche se la si continuasse a mungere, non produrrebbe una sola goccia di latte, dice il vero perché è il sistema del memorandum ad essere sbagliato, in quanto si è scelto di chiudere la maxi falla dei conti in rosso con altri debiti infiniti che uccidono il paziente. Quello è il punto del non ritorno, l’istante esatto in cui la barca di Caronte è partita alla volta dell’Ade, ma senza far salire a bordo coloro i quali hanno prodotto questo risultato: i primi ministri greci e i ministri delle finanze che nessuno a Bruxelles e Berlino si è mai sognato di chiamare a rendicontare di cotanto caos. Forse perché, in fin dei conti, quella confusione ha fatto a comodo alle tasche di tutti. Anche a chi oggi non intende restituire al Paese i 153 miliardi dei danni della Seconda Guerra Mondiale.

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