L’apprendo dalla radio nel cuore della notte. Prima l’angoscia, l’incredulità poi un profondo senso di smarrimento. E’ come se fosse scomparso un familiare, un amico caro, una persona che ti ha poggiata la mano sulla spalla e ti ha accompagnato lungo un pezzo della tua vita. E’ trascorso un mese. Il 4 gennaio poco dopo le due di notte muore Pino Daniele.

E’ una deflagrazione a Napoli. La città è sconvolta, ferita, sanguinante. Una commozione che in pochi minuti paralizza l’esistenza di tanti partenopei e non solo. Non ci sono differenze di ceto, di classe, di cultura. Un vento di popolo soffia, una marea umana si riversa in una straordinaria veglia a Piazza Plebiscito. Poi i funerali e l’omaggio per salutare il “Nero a metà”.

Una moltitudine – oltre duecentomila persone – composte, addolorate, incredule con lo sguardo fisso sul feretro del grande cantautore. Una grande prova di dignità collettiva, il desiderio di stringersi tutti nel momento del cordoglio, sentirsi più vicini, più uniti per essere meno soli. Cose che forse solo ai partenopei riesce. Sono lacrime vere, sentite. E’ dolore lancinante. Una sofferenza drammatica. E’ un lutto che non passa, non si elabora. Sta lì.

E quando il cardinale termina la celebrazione, rivolto alla bara di Pino Daniele pronuncia: Che dio ti benedica dalla piazza si alza un coro simultaneo, spontaneo “Che fica”…Un ulteriore omaggio all’autore di Napule è ma allo stesso tempo una sorta di sberleffo ai celebranti.

Avrebbe sicuramente gradito, Pino. Come Totò, Eduardo de Filippo, Massimo Troisi e pochi altri Pino Daniele ha saputo rappresentare, interpretare, incarnare l’anima di Napoli, la storia di un popolo smarrito, umiliato, malinconico che nonostante tutto sopravvive a se stesso. Pino Daniele come del resto Massimo Troisi ha mostrato, raccontato, spiegato una napoletaneità diversa, non fondata su luoghi comuni e stereotipi ma intrisa di voglia, di slancio per risvegliarsi da un anacronistico torpore.

Adesso ci restano i testi, le musiche, il sound di Pino Daniele: un misto di tenerezza e nostalgia che scorre nelle parole dei suoi pezzi che dopo la sua morte sembrano aver acquistato una sostanza ancora più poetica. La sua melodia, i suoi versi sono come un algoritmo segreto. Un patrimonio di assoluta grandezza che appartiene all’umanità.

Stai per fatti tuoi, distratto, pensieroso, triste, allegro e la sua voce ti arriva, ti cerca, ti sceglie e con leggerezza ti commuovi. E’ difficile spiegarlo. Più di tutti Pino Daniele ha assorbito quella filosofia partenopea esportandola in tutto il mondo. Oggi la proposta di intitolare l’aeroporto di Capodichino al cantautore come una scuola di musica e una piazza sono ottime iniziative non tanto per ricordarlo ma per ribadire che Pino Daniele è un monumento di Napoli.

Twitter : @arnaldcapezzuto

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