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Elena Ceste, il marito davanti al gip: “Non l’ho uccisa io, cercate il vero colpevole”

Michele Buoninconti, arrestato con l'accusa di avere ucciso la moglie e di averne nascosto il cadavere, durante l'interrogatorio per la convalida del fermo ha risposto per "circa due ore" a "tutte le domande". La morte della donna è avvenuta "presumibilmente per asfissia", mentre la vittima curava "l'igiene personale"
Elena Ceste, il marito davanti al gip: “Non l’ho uccisa io, cercate il vero colpevole”
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Cinque giorni fa è stato arrestato con l’accusa di avere ucciso la moglie e di avere poi nascosto il cadavere. Ma Michele Buoninconti, marito di Elena Ceste, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Giacomo Manson nel carcere di Quarto d’Asti, ha rotto il silenzio: “Non l’ho uccisa io, cercate il vero colpevole”. La donna di Costigliole l’Asti, casalinga di 37 anni e madre di quattro figli, era scomparsa il 24 gennaio 2014 e i suoi resti sono stati rinvenuti soltanto nove mesi dopo, il 20 ottobre scorso, in un canale che taglia le campagne a un chilometro dalla casa in cui viveva con la famiglia.

Buoninconti, descritto come macerato dall’odio nell’ordinanza che ne ha disposto l’arresto, per circa due ore “ha risposto a tutte le domande” e i legali che lo difendono, Chiara Girola e Alberto Masoero, spiegano che “è deciso a difendersi e ad andare fino in fondo”. Avvocati d’ufficio e non di fiducia quelli del vigile del fuoco, che avrebbe rifiutato il patrocinio gratuito di un noto penalista piemontese, forse convinto di avere buone chance per difendersi. O al contrario rassegnato ad una condanna. I difensori hanno chiesto la scarcerazione del loro assistito e, in caso di parere contrario del gip, che ha cinque giorni di tempo per decidere, sono pronti a rivolgersi al tribunale del Riesame. Di fronte a loro i numerosi indizi “gravi, precisi e concordanti” secondo cui per l’accusa il 24 gennaio di un anno fa Buoninconti ha ucciso la moglie “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Il delitto nella casa di Costigliole d’Asti, in frazione Motta, “presumibilmente per asfissia”, mentre la vittima curava “l’igiene personale”. Poi la corsa con quel cadavere nudo in auto, approfittando della nebbia, per gettarlo nel rio Mersa, il rigagnolo a poco più di un chilometro di distanza dove è stato ritrovato quasi per caso nove mesi dopo. Ancora poche settimane e la decomposizione avrebbe cancellato per sempre la possibilità di scoprire la verità sulla scomparsa di questa madre di quattro figli che era stata avvistata ovunque, da Torino a Tenerife, e che invece giaceva morta nel fango vicino casa.

“Il nostro riserbo è in linea con la nostra strategia difensiva“, sottolineano gli avvocati Girola e Masoero, che non si sbilanciano sulle risposte del loro assistito. “Innocente? Non possiamo esprimerci sull’innocenza del nostro assistito – si limitano ad aggiungere – perché abbiamo deciso di non parlarne”.

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