“Io sostengo solo la libertà del popolo siriano. Non sono a favore di alcuna azione bellica. E non sono responsabile di quello che sono andate a fare in Siria le due ragazze. Ma se mi si accusa di difendere il popolo siriano io questa accusa me la prendo. A chi mi chiede aiuto a favore del popolo siriano io do aiuto. Ma ho imparato ad amare la democrazia vivendo qui in Italia e detesto ogni forma di violenza. Sono contro lo jiahadismo e sono contro Al Qaeda, contro l’Isis, ma sono anche contro Assad. Sto vivendo una brutta giornata perché vengo collocato dopo il vostro articolo in un’area che non è mia. Io rispetto le leggi e amo l’Italia”. Risponde al telefono da Anzola dell’Emilia, dove lavora in una pizzeria, Yasser Mohammed Tayeb, il siriano 47enne di Aleppo dopo avere letto Il Fatto del 17 gennaio con le intercettazioni delle sue conversazioni con Greta Ramelli. Il siriano fu contattato dalle cooperanti al momento dell’organizzazione del loro viaggio. Le ragazze gli avevano illustrato il progetto di distribuire kit di pronto soccorso ai combattenti dell’Esercito Libero anti-Assad, il “Free Syrian Army”: composito raggruppamento di milizie ora sostenuto dall’Occidente ma sempre più allo sbando, secondo gli osservatori, e a causa di questo, sempre più infiltrato dagli estremisti islamici. Tayeb è andato dai carabinieri di Bologna a consegnare carte che documentano i contatti con Greta e Vanessa, secondo gli inquirenti finite nelle mani dei rapitori perché qualcuno dei miliziani che credevano amico le ha tradite.

Lei sapeva che le ragazze andavano a distribuire kit di pronto soccorso ai combattenti dell’Esercito libero…
Quel che avete scritto è tutto vero, sono stato contattato come presidente dell’associazione. Io ricevo mille telefonate al mese… rispondo a tutti quelli che vogliono aiutare la popolazione siriana. A meno che non vadano contro le mie convinzioni. Se le ragazze mi chiedevano di andare dall’Isis io dicevo di no.

Lei ha rapporti con l’Esercito Libero?
Assolutamente no.

Sapendo che dovevano organizzare quei corsi per i combattenti, perché si attivò per far avere una lettera di raccomandazione del dottor Nabil Almureden?
Nabil è presidente nazionale dell’Associazione Italia-Siria e fece la lettera di raccomandazione ma non fu mai consegnata. C’era scritto semplicemente che le ragazze erano volontarie e che andava l’aiuto necessario.

A chi era indirizzata la lettera?
A nessuno… ripeto, non sono responsabile delle intenzioni di due ragazze che mi chiedono aiuto per il popolo siriano. Ma noi abbiamo sempre sconsigliato a tutti di andarsi a infilare in certe cose. L’Esercito libero è ormai disintegrato e non ha più un’ideologia unica, non c’è un referente con cui parlare. La Siria ormai è una terra di nessuno. Ci va ogni bastardo che ha un conto in sospeso con il mondo.

I “siriani bolognesi”. Contattato dal Fatto il medico Nabil dice: “Non sapevo che le ragazze volevano avvicinare i combattenti. Sapevo solo che volevano fare dei corsi per i medici e non ho mai scritto una lettera di raccomandazione”. I carabinieri dell’Antiterrorismo per motivare la loro richiesta ai pm di continuare le intercettazioni del gruppo di siriani bolognesi scrivono che le intercettazioni precedenti “hanno consentito di raccogliere importanti elementi investigativi nei confronti di A. M. in ordine al suo coinvolgimento, unitamente a quello dei più stretti contatti, Adham Kalawi e Yasser Mohammed Tayeb, in attività di supporto a gruppi di combattenti operanti in Siria a fianco di milizie contraddistinte da un’ideologia jihadista che si contrappongono alle forze di Assad”.

Amedeo Ricucci, il giornalista Rai rapito per 11 giorni in Siria nel 2013 con altri colleghi, ha tracciato all’Ansa un ritratto ben più rassicurante dei siriani-bolognesi. Nabil, laureato in Italia e residente da decenni a Budrio, in provincia di Bologna, per Ricucci è “benestante, medico e amico di Gianni Morandi, con il quale corre anche le maratone, persona gaudente dai modi raffinati: non ha nulla del fondamentalista islamico”. Mentre A.M., il terzo siriano ‘bolognese’ di cui tratta il Ros, per Ricucci “è un bravissimo ragazzo, è stato mio interprete in Siria ed è stato rapito con me, picchiato e poi liberato”.

Il nome dello studente traduttore A.M. ricorre sia nelle telefonate agli atti dell’inchiesta sul rapimento di Vanessa, sia in quella sui reporter italiani rapiti sempre in Siria un anno prima. Il Ros nell’informativa riporta una conversazione ritenuta rilevante ai fini delle indagini tra il pizzaiolo Yasser e una non meglio specificata “Titti”, italiana e operatrice umanitaria. La telefonata ha per oggetto la pubblicazione in anteprima su Facebook della notizia del rapimento delle ventenni. Annotano i carabinieri: “Una donna appellata Titti chiama Yasser e gli chiede di cancellare subito il post (…) Yasser risponde che è fuori dall’Italia in questo momento e che a tal proposito è stato già contattato da un giornalista che sta chiedendo notizie. La donna dice che la notizia non deve uscire, perché ne va della vita delle due ragazze… Yasser la rassicura affermando che lo avrebbe cancellato e di essere favorevole a qualsiasi iniziativa in grado di aiutare le due”.

A Yasser il Fatto ha chiesto la natura dei rapporti con “Titti”: “Non so – risponde il siriano – c’è una certa Titti che scrive su Facebook. Può esser lei…”.

Si ricorda di una telefonata in cui Titti le chiedeva di cancellare il post sul sequestro?
Sì mi ricordo, era perché la Farnesina aveva chiesto il silenzio stampa e per questo Titti mi ha chiamato.

Lei quando ha saputo che le ragazze erano state rapite?
Io credo due tre giorni dopo, forse l’8 agosto.

Fatto sta che la telefonata tra Yasser e Titti avviene alle 23 del 5 agosto mentre la notizia è uscita con un lancio flash dell’agenzia Ansa alle 17 e 14 del 6 agosto.

da il Fatto Quotidiano del 18 gennaio 2015

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