Avete anche voi amici che invocano la lotta contro l’Islam e altri che giustificano l’eccidio della redazione di Charlie?
Il rischio di affermare certezze di fronte a fenomeni che conosciamo poco e di fronte a dilemmi epocali e profondi è alto. Non vergogniamoci di avere dei dubbi e di cambiare idea. D’altra parte il coinvolgimento emotivo è talmente forte e generalizzato, il mix tra politica, etica e società è talmente stretto, che non possiamo evitare di prender posizione.
Proprio perché siamo consapevoli che c’è la probabilità di nuovi attentati e attacchi sul suolo europeo ci schieriamo per la pace, o meglio per la strada del dialogo, della distinzione, della non-demonizzazione: si tratta di impegnarci di più, non di meno. (Non come si è fatto sulla Siria quando alla opposizione all’intervento militare non ha fatto seguito – mi pare – nessuna alternativa).
Per maggiore impegno intendo innanzitutto una rivalutazione attiva e fattiva dei valori democratici e sociali (e non solo liberali) che sono alla base della civiltà europea, provando seriamente a coinvolgere in un percorso di cittadinanza le seconde generazioni musulmane europee senza dare per scontata a priori la perdita di nessuno. Una cosa del genere andrebbe addirittura tentata dall’Europa sui giovani che vivono nella sponda sud del Mediterraneo.
Sono rimasto colpito dalle conversazioni che ho avuto via Facebook con due diversi ragazzi, un franco-tunisino ventenne e un marocchino residente in Italia 18 enne. Ragazzi semplici e normali, estranei a qualunque militanza, che però interrogati sul punto giustificavano con me l’eccidio a Charlie Hebdo. (“Per noi è bruttissimo se si offende il Profeta. Lasciateci tranquilli e vi lasciamo tranquilli.” etc) Non solo non riescono a concepire che ci possa essere libertà di satira su Allah o Maometto, ma neanche colgono la abissale differenza tra protesta, eventuale censura o repressione e assassinio giustiziere. Certo, pensiero e linguaggio possono essere simili a quelli dei tifosi di calcio, questi due ragazzi con cui ho parlato non sono pericolosi, ma il loro punto di vista è molto indicativo.Siamo davvero molto lontani dai nostri princìpi democratici e liberali. E’ indispensabile un investimento di educazione, occasioni, persino di attenzione e affetto per avvicinarli e non spingerli invece verso l’Isis o simili. Mi sembra più importante e utile questo dialogo piuttosto che la rivendicazione orgogliosa, consolatoria e forse irresponsabile della libertà di fare vignette su Maometto. E poi : non ha senso dire che è compito dell’Islam moderato sconfiggere quello violento (come se milioni di marocchini algerini tunisini, libici, egiziani, siriani non stessero vivendo il problema, e come se le seconde generazioni non fossero qui tra noi!).
Certo, una strategia chiamiamola di prevenzione pacifica tra i giovani musulmani non ci metterebbe di per sé al riparo dagli attentati ma d’altronde neanche una bieca militarizzazione (e inevitabile fascistizzazione islamofoba strisciante) ci riuscirebbe. Parliamoci chiaro. Penso spesso una cosa che può sembrare fatalista o cinica, ma in un certo senso è anche consolante. In un mondo complesso e interconnesso, popolato da miliardi di persone, caratterizzato da una forte mobilità, il rischio zero non esiste. (Mi riferisco a omicidi o atti terroristici nel loro insieme, di varia matrice. Se li calcoliamo come incidente possibile, vediamo quant’è bassa la probabilità).
Se come si è visto in questi giorni, bastano tre uomini militarmente un po’ esperti per ammazzare 17 persone e creare panico, non c’è nessuna strategia in grado di garantire che ciò che non accadrà mai più. Una lotta più accanita al traffico di armi ridurrebbe i rischi, suppongo. Una professionalità maggiore di quella dimostrata in questa occasione dalla polizia francese anche (dal mancato controllo dei 3 sospetti, al mancato presidio della sede di Charlie, all’incapacità di prendere vivi i tre uomini armati, una tripla sconfitta).
Non credo invece che sia necessario ripristinare i controlli alle vecchie frontiere. Abbiamo bisogno di più razionalità e di più civiltà. Il rischio principale che stiamo correndo non è quello statisticamente davvero basso di essere uccisi o feriti da un islamista armato, ma quello statisticamente assai più alto di disperdere energie risorse e miliardi e di peggiorare la qualità della nostra vita sociale inseguendo il mito di una soluzione repressivo-militare “perfetta”.
Senza contare che, invece, prevenire e prosciugare il consenso giovanile all’islamismo armato e sviluppare le buone pratiche di integrazione ecologia ed economia condivisa sono più o meno la stessa cosa…
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