Il Secondo Millennio ha scombussolato le categorie del senso comune più antico. Spesso grazie al contributo interessato del ricorso al politichese della politica.

Pertanto, oggi è possibile dirsi “non buoni” senza essere “cattivi” secondo tradizione, semplicemente per non identificarsi nella categoria di chi perdona senza castigo! Già, perché la differenza sta nel perdonare e basta o anche richiedere il castigo: è in questo secondo caso che il non essere buoni del presente si avvicina all’essere “giusti” secondo tradizione.

Che significa ciò, visto che voglio occuparmi del Massacro delle Matite?

Significa che voglio la galera, senza vie di uscita, per chi ha trucidato Charlie Hebdo; che voglio i mezzi per anticipare e impedire che avvengano queste azioni; che non voglio che sia ospite di alcun paese chi arriva con l’obiettivo di portare la morte; che voglio poter rispettare ed essere rispettato da ogni colore di pelle e religione. Che credo che queste cose si possano, ancora per un po’, senza per questo fare la guerra.

Oggi è difficile essere buoni senza essere cattivi.

L’ammazzamento di Charlie, allora, lo affronto sul piano “ultimo”, quello che dobbiamo affrontare anche se da anni lo stiamo evitando, quello del confronto acerrimo tra due modi di vedere il mondo.

Cito i primi due articoli di due costituzioni, dunque le Carte Fondative di un consorzio civile nazionale.

Il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti recita “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.”

Il Primo articolo della Costituzione della Tunisia recita: “La Tunisia è uno stato libero, indipendente e sovrano, l’Islam la sua religione, l’arabo la sua lingua e la Repubblica il suo regime. Questo articolo non può essere modificato.”

Negli uffici di Charlie si è consumata una battaglia che ha messo a confronto queste due posizioni che stanno alla radice del vivere di mezzo mondo. Sarà antipatico per molti, ma l’America ha bene interpretato nella sua Carta l’insegnamento rivoluzionario francese.

E sarà antipatico per tanti altri, che hanno visto nella carta tunisina una grande conquista della “Primavera”, vedere che quel suo primo articolo ne decreta la schiavitù alla legge islamica, come già ben sottolineato dai movimenti radicali islamisti.

Da una parte una quotidianità (perché le Costituzioni non sono carte altisonanti ma carte che determinano il modo di vivere!) che si fonda sulla libertà individuale, espressa alla sua ennesima potenza nella libertà di espressione, di cui i media sono strumento. Una visione che nasce da una rivoluzione, proprio là dove l’altro giorno si è cercato di ammazzarla, che ha a sua volta ammazzato per affermarsi per poi negoziare e trovare una ricomposizione nella piccola parte di mondo che chiamiamo “Occidente”. Dall’altra parte l’espressione di una quotidianità che ha come valore fondante una interpretazione radicale religiosa, in questo caso l’Islam, che la porta a usare il kalashnikov quando si sente offesa, profondamente offesa da un tratto di matita.

E’ ormai evidente che un mondo che vede la ragione del suo esistere nella supremazia della libertà individuale non può convivere con un mondo che, invece, la vede nella affermazione del dogma religioso indiscutibile. La prima prospettiva concepisce una società che sia sottomessa all’uomo, al suo servizio. La seconda prospettiva concepisce una società che sia sottomessa a dio.

Il risultato è l’elaborazione di leggi e norme, comportamenti legittimi o meno assolutamente diversi sul piano pratico.

Le manifestazioni della gente, di questi giorni e notti, mostrano con chiarezza come il Massacro delle Matite abbia risvegliato la consapevolezza dello scontro profondo tra queste visioni del mondo e la necessità di trovare una via d’uscita. Che non può essere né quella di radicalizzare la guerra con l’AK47 né quella di negare la guerra in corso. Che non è tra religioni e culture ma tra uomini incapaci di rielaborare la loro appartenenza a una religione e alla loro cultura all’interno di contesti storici che evolvono e cambiano.

Quell’accrocchio che chiamiamo Occidente ha saputo farlo dolorosamente e con le sue perdite in un percorso ultra centenario. E ora difende i risultati, ma è sempre pronto a discuterli.

Ormai se l’Islam che non si riconosce nei radicalismi che motivano il terrorismo non espelle coi fatti, e non solo a parole, dall’Umma (la comunità dei fedeli) i massacratori; se non è in grado di riflettere, per tirarne le conseguenze, che “il tempo passa per tutti” e che dunque le radici restano ma le foglie si rinnovano ogni anno;….Allora l’Islam si mette fuori gioco da solo.

Dal Massacro delle Matite si deve uscire, senza essere buoni ma possibilmente giusti.

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