Yaya dice di essere avoriano. Ha sentito dire che per loro c’è chi paga il biglietto di ritorno. I suoi genitori sono originari della Guinea Conakry. Lui è nato a Marcory, quartiere popolare di Abidjan in Costa d’Avorio. A Niamey gli rubano tutto a parte il cellulare. Gli hanno portato via la borsa di nascosto come la sua vita. Gli altri anni invece sono rimasti in un campo di detenzione in Libia. Ora non sa come continuare il viaggio. Senza bussola è più facile incontrarsi.

Emmanuel dice di tornare dal Marocco. Tra griglie, deserti e ladri ha perso l’essenziale. Tornare adesso in Liberia è come andare a nozze con Ebola. Da finto muratore inventa una casa ancora da fare. Mark dice di chiamarsi come Kennedy. I suoi bisnonni erano arrivati dall’America prima di Obama. In Liberia li chiamano ancora oggi ‘i Congo’. Solo perché discendenti dagli schiavi scortati dalle stelle della bandiera americana. Quella cadente è approdata sulla costa occidentale ed ha rischiato di naufragare nella guerra civile. E’ per sfuggirla che Mark parte con una nave in Nigeria. Impara a vivere da rifugiato finché parte in Uganda. Per vie traverse è espulso da Singapore dove era giunto nel frattempo. A causa del passaporto falso passa alcuni mesi in carcere. Finalmente libero arriva nella polvere del Niamey. Da oltre vent’anni è lontano dal paese. A parte quello di rifugiato non ha esercitato nessun mestiere. Esibisce un documento  senza timbro.

Lamine dice di avere 18 anni e vuole andare in Italia. Ad Agadez finisce il suo mondo migrante. Torna indietro col camion steso accanto ai sacchi di cipolle da esportazione. Una coperta per la notte, qualche soldo e l’invito inascoltato a munirsi di un documento. L’identità è quanto mai labile ed effimera per chi non ha una direzione da seguire. La sua terra l’ha lasciata alle spalle. Guarda davanti  dal retrovisore del bus col quale aspetta di ripartire domani.

Touré dice di essere meccanico di professione. Prende il Corano e la Bibbia poco lontano per confermare la verità. Giura di andare verso il nord Africa. Verso il nord del mondo e a nord del destino che lo aveva fatto nascere in Liberia anni fa. Il Niger lo accoglie senza pensarci due volte. Caldo di giorno e fresco la notte a causa del vento. L’harmattan si avvicina travestito da polvere. La pelle nera si screpola e le ciglia si tingono di sabbia e di anni che passano. Gli stessi che Abdoulay dice di avere compiuto la settimana scorsa. Non c’era nessuno a fargli gli auguri. Per regalo vorrebbe un paio di scarpe e una scheda telefonica. Ha perso il numero di sua madre e gli rimane quanto basta per non tornare. Ricorda appena dove avrebbe voluto andare al momento della partenza. Non c’è di ritorno quando la sabbia ha cancellato le orme. Promette senza giurare che tornerà il giorno seguente per cercare lavoro.

Lui dice di chiamarsi Ibrahima. Passa una settimana dopo truccato da festa con gli occhiali scuri per non farsi riconoscere. Col cappello stirato e uno zainetto vuoto. Racconta la stessa storia per avere qualcuno con cui parlare. Presenta un nuovo certificato di nascita. Quello di prima era transitorio e questo è inventato da un consolato inesistente. Il documento vero è invece nascosto in un una borsa di cui ha scordato il colore. Dichiara alla polizia di essere stato derubato dell’identità.

Adossi dice di arrivare dal Togo. Per insegnare in una scuola che ancora non c’è. Insegue un amico ormai sparito che lo avrebbe invitato. Chi gli aveva promesso la casa è scomparso. Così come la borsa e il denaro del ritorno. Quello che è mancato a Daniel che arriva da Bengasi. Dice di essere scappato dalla guerra in Liberia per finire in quella della Libia. Tra le due sono passati i suoi anni più belli. Gioca a calcio e da centrocampista la vita lo ha messo in difesa. A 27 anni gli rimangono da giocare i supplementari. Fuggito dal suo paese alla Nigeria fa il rifugiato come riserva. Arriva nel Sudan con un passaggio nel Tchad. La Libia gioca alla guerra con armi vere. Daniel ha visto il mare da vicino. Daniel conosceva bene l’Atlantico degli schiavi. Daniel ha poi scoperto il Mediterraneo di coloro che non ritornano. Daniel non si da per vinto. Daniel chiede uno spago per appendere al collo una piccola croce prima di partire.

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