Sono usciti dalla casa dei nonni correndo come al solito, i bambini. Sembravano, vedendoci, un po’ sorpresi della nostra visibile inquietudine. C’era fango sulla strada davanti al portone della scuola, sì, sporcizia, carta, plastica. Saliti in macchina, hanno cominciato a parlare del campionato, come sempre. Poi, a richiesta, hanno riferito sommariamente della giornata e dei giochi. Pian piano, guardandosi intorno, sono diventati silenziosi.

Passavano camion dei Vigili del Fuoco, quelli che normalmente provocano il loro entusiasmo. A un certo punto ci ha sfiorati un autocarro con un canotto sul pianale, tute da sommozzatori, bombole di ossigeno.

Il traffico era fermo, le sirene stentavano a farsi largo. L’autoradio ha interrotto le musiche, una voce tesa parlava di acqua che invadeva le strade, di gente in pericolo, di morti. Il fiume, anzi tanti fiumi, uscivano dall’alveo.

All’improvviso Giovanni si è ricordato: ‘quand’ero piccolo era già successo, erano morte due bambine’.

Poi silenzio. Anch’io ho ricordato, eravamo anche allora in macchina con i figli. Quel giorno avevo visto l’acqua salire, salire, arrivare fino a metà della portiera. Poi la sorte, chissà cos’altro, ci aveva messo tutti al riparo. Appena cento metri più avanti del disastro. Allora mi ero guardata intorno e avevo pianto.

Loro non hanno pianto, ma tacevano e mi interrogavano con lo sguardo. Di che cosa dobbiamo avere paura? Del fiume, della pioggia? Delle macchine ferme in colonna mentre l’acqua intorno sale e siamo intrappolati? Una volta a casa, hanno ripreso a parlare, si sono messi all’opera con i lego e le figurine. Ma allora ho cominciato a chiedermelo io.

Cosa posso rispondere? Che non devono mai aver paura, come faccio di solito. O che devono aver paura della natura, della città nel cui grembo gli toccherà di vivere? O di noi, che non abbiamo saputo difendere la natura e la città degli uomini né ora né per il futuro?

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 13 ottobre 2014

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