Ieri sera a Servizio Pubblico abbiamo assistito al match tra Marco Travaglio e il Governatore di Regione Liguria, sul tema “caldissimo” delle responsabilità per l’alluvione genovese che la settimana scorsa ha causato la morte di un povero passante e devastazioni inenarrabili. Un fenomeno di killeraggio presunto “naturale” ma ormai seriale; che in quanto tale chiama in campo l’inettitudine dell’intera classe politica locale: il personale di governo cresciuto durante il regno del city boss Claudio Burlando, che dura ormai da un quarto di secolo. Un personaggio ormai “bollito” – “il Gerundio” – ma che conserva abbastanza intatte le due uniche qualità su cui ha costruito la sua lunga carriera costellata da insuccessi: la capacità compulsiva di negare ogni evidenza, per via di quella che Gilberto Govi definiva ‘una faccia come le lastre’ (commedia “I manezzi pe majà na figgia”); una attitudine vendicativa primordiale, mimetizzata dietro la maschera impassibile e lo sguardo perso nel vuoto di un personaggio ormai dalla fissità totemica.

Per rinfrescare la memoria a chi serve, vorrei ricordare due episodi che credo rivelino appieno la natura di tale personaggio, oltrepassando le coltri in cui si ammanta.

La propensione alla bugia: il 29 gennaio 2010, al tempo della campagna elettorale per il rinnovo dell’Ente Regione, avevo indirizzato su il Fatto Quotidiano cartaceo “nove domande” di una certa durezza a Claudio Burlando; in particolare quella riguardo alle condizioni della sanità locale, che definivo “alla canna del gas”. Il giorno seguente il Governatore ligure uscente (e poi rientrante) rispondeva in questi termini: «il risanamento dei conti della sanità, avvenuto dal 2007, è stato certificato dai tecnici del ministero».

Ad elezioni concluse, nel corso di una conferenza stampa tenutasi lunedì 24 maggio 2010, il Governatore Burlando – accompagnato dall’assessore alla sanità Claudio Montaldo – rappresentava una situazione diametralmente opposta a quella dichiarata solo quattro mesi prima: ossia la denuncia di “un buco nella sanità ligure” (già data per risanata!), per cui occorreva «recuperare subito 184 milioni di Euro, per rimettere a posto un bilancio che dall’inizio del 2010 ha iniziato di nuovo a galoppare» (Primocanale on line).

Insomma, ammetteva tranquillamente di aver raccontato balle. Manifestazione palese di quella arroganza prevaricatrice che lo aveva portato anni prima (1997) a far fuori l’allora sindaco di Genova – il giudice Adriano Sansa – reo di non voler rinunciare a esercitare il controllo sugli affari del Comune che amministrava, per via della sua “intollerabile” indipendenza. Le storie narrano di un incontro nello spiazzo antistante l’area fieristica cittadina, in cui vennero indirizzate al magistrato prestato alla politica le famose parole: «renditi conto che – se vogliamo – il sindaco lo facciamo fare all’autista del tir che ci sta passando davanti».

Al di là dell’aria torpida questo è Burlando: il dominatore (per un certo periodo in coabitazione con Claudio Scajola) di un territorio che in questi anni ha visto dilagare la cementificazione delle coste, penetrare la malavita organizzata in ampi spazi del territorio, liquefarsi il modello di sviluppo novecentesco senza che la politica neppure si ponesse il problema di cercare alternative. Quel personaggio che ora pretende di salvarsi l’anima davanti all’ennesimo tracollo idrogeologico (il terzo nel decennio solo a Genova) esibendo qualche burocratica letterina indirizzata ad autorità superiori.

Nella catastrofe ligure l’unica nota di speranza è che l’alluvione possa risultare anche lo spartiacque metaforico che segna la fine di un’epoca. Burlandiana.

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