Il sindaco Marco Doria in platea al “Carlo Felice”, per la “prima” dell’Elisir d’Amore, di Donizetti. Ignaro della immane burrasca che stava addensandosi nel cielo di Genova.

Giovedì ore 18,30- Il sindaco è a teatro, nessun allarme. Nessun avviso del pericolo incombente dal cielo infatti gli era stato recapitato e Doria alle sei e mezzo del pomeriggio di giovedì se n’era andato tranquillo a teatro. Per poi accorrere al Matitone, centro nevralgico degli interventi di emergenza, coordinati – si fa per dire – dalla Protezione Civile. Ma erano già le 23,30. Da pochi minuti il torrente Bisagno era esondato e mezza città era finita sott’acqua. Troppo tardi per mettere in moto qualsiasi attività di prevenzione. A mezzanotte si era già contata una vittima, sorpresa dalle acque tracimate dal letto del Bisagno. La perfetta commedia degli equivoci, purtroppo tragicamente macchiata dal sangue di una vittima e dalla disperazione di migliaia di genovesi che hanno perso tutto: casa, negozi, averi. Molti di loro stavano tirandosi in piedi dopo la mazzata dell’alluvione del 2011. Questa volta è persino peggio. E col danno, la beffa. La tremenda lezione di tre anni fa non è servita a niente. E a nessuno. Certamente non alle autorità locali, sulle quali ora si concentra la rabbia della gente. Che si sente abbandonata. E tradita. Ancora una volta.

Il sindaco Doria, nell’elenco dei colpevoli e domenica mattina duramente contestato dai negozianti dl Centro, si difende: «Le comunicazioni dicevano addirittura che il fenomeno era in attenuazione e che per il giorno successivo non ci sarebbe stato che un generico rischio di qualche temporale». Il sindaco si riferisce a chi, per dovere istituzionale,doveva lanciare per tempo l’allarme e metterlo in condizione di approntare la macchina di pronto intervento. Ossia l’Arpal, l’agenzia regionale per la meteorologia, e la Protezione Civile che Doria aveva epurato da alcuni dirigenti dopo la pessima prova fornita durante l’alluvione del 4 novembre 2011. Per i sei cittadini uccisi dal Fereggiano, sono a giudizio l’allora sindaco Marta Vincenzi e cinque fra ex assessori e funzionari.

Giovedì ore 18 – Arpal all’assessore: “Vada pure a casa”. Alle 18,00 di giovedì 9 ottobre l’Arpal, sollecitata dall’assessore regionale all’ambiente, Raffaella Paita, aveva risposto con una comunicazione tranquillizzante. «Tutto sotto controllo vada pure a casa». Paita aveva obbedito, senza sospettare di essere stata ingannata, involontariamente si capisce. Ma pur sempre sviata dalla verità dei fatti. Più saggiamente di lei, spezzina, molti cittadini genovesi duramente colpiti dalle alluvioni precedenti, in quelle stesse ore tempestavano i centralini delle redazioni di giornali e tv locali, sollecitando l’intervento delle autorità. Invano. Dieci minuti appena dopo quell’avviso alla camomilla, l’Arpal ribadiva: “Graduale indebolimento”.

Giovedì ore 18.50 – Protezione civile: “Alle 19 stop a numero verde”. Neppure la Protezione Civile ha assistito a dovere il sindaco e gli assessori responsabili, Con un tweet alle ore 18,50 la Protezione Civile genovese avvertiva: “Genova. Situazione. Alle 19 sarà disattivato il numero verde del servizio di Protezione Civile”. E così è stato fatto. Sebbene sulla città, già flagellata da una dozzina di ore dalla pioggia battente, stesse rovesciandosi un vero diluvio. Sarebbe bastato alzare gli occhi al cielo per rendersi conto che stava accadendo qualcosa di tremendamente pericoloso. E certamente anomalo. 

Giovedì ore 22,20- Arpal: “Perturbazione riprende, Bisagno a rischio”. Passavano altre quattro ore e alle 22,20 anche l’Arpal prendeva atto che “dopo indebolimento, perturbazione riprende forte vigore: a rischio Polcevera, Bisagno, Trebbia, Scrivia».

Giovedì ore 23,02 – Protezione civile: “Prudenza in Valbisagno”. Soltanto alle 23,02, attraverso Twitter e Facebook, La protezione civile informa: “Attenzione forti temporali, massima prudenza in tutta la Valbisagno”. Appello rieterato un quarto d’ora più tardi attraverso 30mila sms inviati ad altrettanti cittadini genovesi. 

Giovedì ore 23,30 – Arpal: “Bisagno a rischio”. Ma è già esondato. Alle 23,30 l’agenzia regionale per la meteorologia finalmente lanciava l’allarme: “Ancora forti piogge, Bisagno prossimo all’esondazione”. Troppo tardi. Proprio in quegli stessi minuti il Bisagno usciva dagli argini invadendo l’abitato di Borgo Incrociati e via via l’intera viabilità dalla stazione Brignole alla Foce e nella parte bassa di via XX Settembre. Incredibilmente neppure allora l’Arpal ha diffuso l’allerta 2 (ora prolungata fino alle ore 24 di lunedì 13), il massimo grado di allarme. In quell’evenienza vengono mobilitate tutte le risorse disponibili e si avvertono i cittadini del pericolo incombente, invitandoli a restarsene in casa e a prendere tutte le precauzioni del caso.

Venerdì 0re 11 – Arpal: “Allerta a livello 2”. Soltanto alle 11 del mattino di venerdì, a tragedia consumata, il bollettino dell’Arpal proclamava finalmente l’allerta 2. Perché un ritardo così macroscopico? I funzionari dell’agenzia regionale dovranno spiegarlo in procura, dove è stato già aperto un fascicolo, per ora contro ignoti, per omicidio colposo. La primissima difesa non convince. “I modelli matematici sui quali basiamo le nostre previsioni non hanno funzionato”. Che significa? Che ci si affida esclusivamente, e meccanicamente, al responso dei computer che elaborano i dati?

Il sindaco Doria ha dichiarato al “Secolo XIX”: «L’allerta non è stata data. Quello delle previsioni è un tema delicato. Sappiamo che parliamo di modelli che sono basati su aspetti di probabilità. Ma poi io devo agire in base a quelle che sono le comunicazioni che ricevo. Anche perché in passato sono scattate delle “allerta” e poi non ha piovuto. E sono arrivate le polemiche: i cittadini ci chiedevano che cosa facevamo». Doria pensa al suo predecessore, Marta Vincenzi, alla quale accadde di ordinare la chiusura delle scuole in previsione di una nevicata che non si verificò e furono polemiche roventi. E di lasciarle aperte senza tenere conto degli allarmi (peraltro confusi) tre anni fa, quando esondò il Fereggiano, provocando sei morti, cinque dei quali colti dall’acqua al rientro da scuola.

Le responsabilità del Comune. Anche a palazzo Tursi tuttavia non sono immuni da colpe e devono recitare il mea culpa. Alle 21 di giovedì l’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello, sentita l’Arpal , dal suo letto d’ospedale (era ricoverato per una colica) tranquillizzava la cittadinanza attraverso una tv locale. “Situazione in miglioramento». Un’ora dopo, alle 22, il Comune chiudeva l’incrocio tra corso Montegrappa e via Canevari, a ridosso di Borgo Incrociati ma consentiva libero transito nelle strade adiacenti E non prendeva altri provvedimenti in via precauzionale. Ignorando il netto peggioramento del livello del Bisagno che chiaramente preannunciata l’esondazione che si è puntualmente verificata poco dopo le 23.

Tutto questo è successo mentre sulla città su stava abbattendo qualcosa di veramente anomalo. Tant’è vero che su Genova sono precipitate in 24 ore 395 millimetri di pioggia, 180 concentrati fra le 13 e le 22. Allagamenti diffusi si erano già registrati a ponente, in Valpolcevera e in tarda serata nell’entroterra, Montoggio era stata sommersa dall’acqua di un torrente. I segnali insomma c’erano tutti, bastava saperli leggere. Invece i funzionari della Protezione Civile (senza il dirigente-capo da due anni) hanno staccato la spina e se ne sono tornati a casa. Anche loro dovranno fornire spiegazioni ai pm che li interrogheranno. E ai cittadini che, al momento di ricevere i 30mila sms, già avevano saputo che Genova era vittima dell’ennesima, disastrosa alluvione. La quinta in 22 anni.

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